La produzione dei beni di consumo in Italia

E’ diminuita significativamente nel primo trimetre 2020 e da allora è rimasta ad di sotto dei livelli del 2015.

 

La produzione di beni di consumo in Italia. L’Istat calcola la produzione dei beni di consumo in Italia. Il valore è posto uguale a 100 nel 20215. Nello specifico il valore dell’indice dei beni di consumo a gennaio 2020 è stato pari ad un valore di 104,9%. Nel passaggio tra il gennaio 2020 ed il febbraio 2020 il valore della produzione di beni di consumo in Italia è passato da un ammontare pari a 104,9 unità fino ad un ammontare pari a 102,3 unità pari ad un valore di -2,6 unità pari ad un valore di -2,48%. Nel passaggio tra il febbraio 2020 ed il marzo 2020 il valore dell’indice della produzione dei beni di consumo è da un ammontare pari a 102,3 unità fino ad un valore pari a 74,9 unità ovvero pari ad una variazione di -27,4 unità pari ad un valore di -26,78%. Nel passaggio tra il marzo 2020 e l ‘aprile 2020 il valore dell’indice della produzione dei beni di consumo è passato da un ammontare di 74,9 unità fino ad un valore pari a 64,00 unità ovvero pari ad una variazione pari a -10,9 unità pari ad una variazione pari a -14,55%. Nel passaggio tra aprile 2020 e maggio 2020 il valore dell’indice della produzione industriale dei beni di consumo è passato da un valore pari a 64 unità fino ad un valore pari a 84,2 unità ovvero pari ad un valore di 20,2 unità pari ad un valore di 31,56%. Nel passaggio tra il maggio 2020 ed il giugno 2020 il valore dell’indice della produzione di beni di consumo è passato da un valore pari a 84,2 unità fino ad un valore pari a 91,5 unità ovvero pari ad un valore di 7,3 unità pari ad un ammontare di 8,67%. Nel passaggio tra giugno 2020 e luglio 2020 il valore dell’indice della produzione dei beni di consumo è passato da un valore pari a 91,5 unità fino ad un valore pari a 96,5 unità ovvero pari ad un valore di 5,0 unità pari ad un valore di 5,46%. Nel passaggio tra luglio 2020 e l’agosto 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un ammontare pari a 96,5 unità fino ad un valore pari a 102,8 unità ovvero pari ad un valore di 6,3 unità ovvero pari ad un valore di 6,53%. Nel passaggio tra agosto 2020 ed il settembre 2020 il valore dell’indice della produzione industriale dei beni di consumo è passato da un valore pari a 102,8 unità fino ad un valore pari a 99,6 unità ovvero pari ad una variazione di -3,2 unità pari ad un valore del -3,11%. Nel passaggio tra settembre 2020 ed ottobre 2020 il valore dell’indice della produzione dei beni di consumo è passato da un ammontare pari a 99,6 unità fino ad un valore pari a 100,00 unità ovvero pari ad un valore di 0,4 unità. Nel passaggio tra ottobre 2020 e novembre 2020 il valore dell’indice della produzione di beni al consumo è passato da un valore pari a 100 fino ad un valore pari a 96 ovvero una riduzione pari a 4 unità. Tra novembre 2020 e dicembre 2020 il valore è diminuito da 96,00 unità fino a 95,60 unità ovvero pari ad una variazione di -0,4 unità pari ad un valore percentuale di -0,42%. Tra dicembre 2020 e gennaio 2021 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un valore pari a 95,6 unità fino ad un valore pari a 97,1 unità ovvero pari ad una variazione di 1,5 unità pari ad un valore percentuale di 1,57%. Tra gennaio 2021 e febbraio 2021 il valore dell’indice della produzione industriale di beni di consumo è passato da un ammontare pari a 97,1 unità fino ad un valore pari a 99,4 unità ovvero pari ad una variazione di 2,3 unità pari ad un ammontare del 2,37%. Nel passaggio tra il febbraio 2021 ed il marzo 2021 il valore dell’indice della produzione industriale di beni di consumo è passato da un ammontare pari a 99,4 unità fino ad un valore pari a 97,9 unità ovvero pari ad un valore di -1,5 unità pari ad un valore di -1,51%. In media il valore dell’indice della produzione industriale di beni di consumo è stato pari a 93,8 nel periodo considerato.

Conclusioni. In sintesi, il valore dell’indice della produzione dei beni di consumo ha mostrato un significativo arretramento non solo nel periodo tra marzo ed aprile, quanto piuttosto anche nel periodo successivo rimanendo strutturalmente al di sotto del 99%. Occorre considerare che il valore dell’indice della produzione dei beni di consumo è sostanzialmente da ricollegarsi all’industria in senso stretto ed in una certa parte all’agricoltura. Ne deriva ovviamente che l’industria italiana ha subito durante la fase del covid ed anche successivamente una significativa riduzione della capacità produttiva. Tale riduzione è in parte da riconnettere alla compressione della domanda ed alla riduzione delle supply chain nazionali ed internazionali. Tuttavia, il fatto che la produzione di beni di consumo a marzo 2021 non abbia ancora raggiunto il grado precedente alla crisi mette in evidenza la presenza di difficoltà nei sistemi di produzione e delle dinamiche anche della domanda che potrebbero rendere più complessa la fase della ripresa. Ovviamente un elemento essenziale per la ripresa della produttività consiste nella crescita del valore della fiducia tra i consumatori ed anche tra le imprese. Se tale clima di fiducia verrà restaurato anche grazie all’intervento della spesa pubblica con il piano del recovery allora sarà probabile che anche la dinamica produzione-domanda diventi virtuosa e cresca quindi anche l’indice dei beni di consumo. Tuttavia, è probabile che la ripresa della produzione industriale coincida anche con una fase di riorganizzazione delle imprese sotto il punto di vista tecnologico soprattutto nell’applicazione delle nuove tecnologie dell’industria 4.0 e del machine learning insieme con i big data.

 

La produzione industriale italiana a marzo 2021

Dopo la crisi del primo trimestre 2020 ed il picco dell’agosto 2020 la produzione industriale italiana è rimasta stabile intorno al valore di 100 performando a valori simili del 2015.

Andamento della produzione industriale in Italia. L’Istat riporta i dati relativi alla produzione industriale. Il valore è posto pari a 100 nel 2015. Nel passaggio tra il gennaio 2020 ed il febbraio 2020 il valore della produzione industriale in Italia è diminuito da un ammontare pari a 104,4 fino ad un valore pari a 103 ovvero pari ad una variazione di -1,4 unità pari a -1,34%. Nel passaggio tra il febbraio 2020 ed il marzo 2020 il valore della produzione industriale in Italia è passato da un ammontare pari a 103 unità fino ad un valore pari a 74,1 unità ovvero pari ad una variazione di -28,9 unità pari ad un valore percentuale del -28,06%. Nel passaggio tra marzo 2020 ed aprile 2020 il valore della produzione industrial in Italia è passato da un valore pari a 74,1 unità fino ad un valore pari a 59,3 unità ovvero pari ad un valore di -14,8 unità pari ad un valore percentuale di -19,97%. Nel passaggio tra aprile 2020 e maggio 2020 il valore dell’andamento della produzione industriale in Italia è passato da un valore pari a 59,3 unità fino ad u valore pari a 84,3 unità ovvero pari ad un valore di 25 unità pari ad un ammontare del 42,16%. Nel passaggio tra il maggio 2020 ed il giugno 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un valore pari a 84,3 unità fino ad un valore pari a 91,4 unità ovvero pari ad un variazione di 7,1 unità pari ad un valore di 8,42%. Tra il giugno 2020 ed il luglio 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un valore pari 91,4 unità fino ad un valore pari a 98,5 unità ovvero pari ad una variazione di 77,1 unità pari ad un valore di 7,77%. Nel passaggio tra luglio 2020 ed agosto 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da 98,5 unità fino ad un valore pari a 105,1 unità ovvero pari ad un valore di 6,6 unità pari ad un ammontare di 6,7%. Nel passaggio tra settembre 2020 ed l’ottobre 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è cresciuto da un ammontare pari a 100,3 unità fino ad un valore pari a 101,7 unità ovvero pari ad una variazione di 1,4 unità sia in valore assoluto sia in valore percentuale. Nel passaggio tra ottobre 2020 ed il novembre 2020 il valore dell’indice della produzione industria in Italia è diminuito da un ammontare pari a 101,7 unità fino ad un valore pari a 100,5 unità ovvero pari ad un valore di -1,2 unità pari ad un ammontare di -1,18%. Nel passaggio tra novembre 2020 ed il dicembre 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un ammontare pari 100,5 unità fino ad un valore pari a 100,6 unità ovvero pari ad una variazione di 0,1 unità in valore assoluto e percentuale. Nel passaggio tra dicembre 2020 ed il gennaio 2021 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un ammontare pari a 100,6 unità fino ad un valore pari a 101,8 unità ovvero pari ad una variazione di 1,2 unità in valore assoluto e percentuale. Nel passaggio tra il gennaio 2021 ed il febbraio 2021 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un ammontare di 101,8 unità fino ad un valore pari a 101,9 unità ovvero pari ad un ammontare di 0,1 unità. Tra il febbraio 2021 ed il marzo 2021 il valore dell’indice della produzione industriale in Italia è diminuito da un ammontare pari a 101,9 unità fino ad un valore pari a 101,8 unità. Se si prende in considerazione l’intero periodo da gennaio 2020 a marzo 2021 il valore dell’indice della produzione industriale è stato mediamente pari al 95,25% del valore del medesimo indice nel 2015.

Conclusioni. Il valore dell’indice della produzione industriale mostra una debole ripresa. Certamente il covid nel 2020 ha avuto un impatto dirompente nella riduzione dell’indice della produzione industriale. Infatti, tra marzo 2020 e luglio 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è stato sempre al di sotto del valore del 2015 con un picco negativo rilevato ad aprile 2020 quando il paese Italia ha prodotto il 60% del valore analogo del 2015. Successivamente il valore dell’indice della produzione industriale è cresciuto significativamente nell’agosto del 2020 per poi stabilizzarsi intorno al valore di 100 tra l’agosto 2020 ed il marzo 2021. Se confrontiamo i dati rispetto al 2019 notiamo che il valore dell’indicatore è sempre stato superiore a 100 con un massimo a luglio-pari a 106,5 ed un minimo a dicembre-pari a 101,8. Ovviamente la crisi indotta dal covid ha colpito l’economia italiana soprattutto nel 2020 mentre nel 2021 anche in presenza di significative restrizioni il valore della produzione industriale ha mostrato un andamento costante intorno al valore di cento. Occorre considerare che l’economia italiana certamente cambierà a seguito del covid. In particolare, vi sono alcuni elementi come per esempio:

  • lo Smart working;
  • l’utilizzo massivo dei servizi di delivery;
  • la crescita delle connessioni internet;
  • la crescita della vendita di computers e smartphones;
  • la crescita degli acquisti online;
  • la crescita della presenza online.

Tali elementi possono essere certamente considerati come delle nuove condizioni di leva dell’economia italiana per produrre valore. Tuttavia, accanto a questi elementi, che in un certo senso possono essere considerati positivi, ve ne sono anche degli altri che potrebbero ridurre le prospettive di crescita economica ovvero:

  • aumento della diseguaglianza sociale;
  • aumento del numero di poveri;
  • aumento del divario tra nord e sud e centro;
  • aumento del risparmio che potrebbe comportare fenomeni di crescita del credito alla finanza da parte delle banche con rischio di aumento di volatilità ed incertezza nei mercati;
  • depauperamento del capitale della fiducia a seguito di fallimenti e chiusure di attività commerciali ed imprenditoriali.

Certo lo Stato ha investito nei piani di ripresa. Tuttavia, è probabile che quest’effetto della spesa pubblica nell’economia reale arrivi troppo tardi e che comunque non sia tale da comportare una effettiva ripresa finanziaria della popolazione. Anche perché il rischio che una parte significativa dei fondi del Recovery possa essere dispersa tra corruzione, concussione e cattiva amministrazione rischia di diventare una certezza in mancanza di apposite istituzioni e norme speciali dedicate.

 

I Lavoratori Dipendenti in Italia

Tra gennaio 2020 e marzo 2021 persi circa 334 mila posti di lavoro permanenti e circa 272 mila posti di lavoro a termine

 

I lavoratori dipendenti. Il numero dei lavoratori dipendenti è calcolato dall’Istat mensilmente. A partire dal gennaio 2020 il numero di lavoratori dipendenti è stato pari ad un ammontare di 17.958 mila unità. Nel passaggio tra il gennaio 2020 ed il febbraio 2020 il valore del numero dei dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.958 mila unità fino ad un valore pari a 17.903 mila unità ovvero pari ad una variazione di -55 mila unità pari ad un valore di -0,30%.- Nel passaggio tra il febbraio 2020 ed  il marzo 2020 il valore del numero dei dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.903 mila unità fino ad un valore pari a 17.706 mila unità ovvero pari ad un valore di -197 mila unità pari ad una variazione di -1,10%. Nel passaggio tra il marzo 2020 e l’aprile 2020 il valore del numero dei dipendenti è passato da un ammontare di 17.706 mila unità fino ad un valore pari a 17.493 mila unità ovvero pari ad una variazione di -197 mila unità pari ad un valore di -1,10%. Nel passaggio tra aprile 2020 ed il maggio 2020 il valore del numero di dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.493 mila unità fino ad un valore pari a 17.495 mila unità ovvero pari ad una variazione di 2 mila unità pari ad un ammontare di 0,01%. Nel passaggio tra maggio 2020 ed il giugno 2020 il valore del numero di dipendenti nell’economia italiana è passato da un ammontare pari a 17.945 mila unità fino ad un valore pari a 17.446 mila unità ovvero pari ad una variazione di -49 mila unità pari ad un ammontare di -0,28%. Nel passaggio tra il giugno 2020 ed il luglio 2020 il valore del numero dei dipendenti nell’economia  italiana è passato da un ammontare pari a 17.446 mila unità fino ad un valore pari a 17.546 mila unità ovvero una crescita pari ad un valore di 100 mila unità pari ad un valore del 0,58%. Nel passaggio tra luglio 2020 ed agosto 2020 il valore del numero dei dipendenti nell’economia italiana è passato da un ammontare pari a 17.546 mila unità fino ad un valore pari a 17.549 mila unità ovvero pari ad una variazione di 3 mila unità pari ad un valore di 0,02%. Nel passaggio tra agosto 2020 ed il settembre 2020 il valore del numero di dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.549 mila unità fino ad un valore pari a 17.521 mila unità ovvero un valore pari a -28 mila unità pari a una variazione di -0,16%. Nel passaggio tra settembre 2020 ed ottobre 2020 il valore del numero dei dipendenti nell’economia italiana è passato da un ammontare pari a 17.521 mila unità fino ad un valore pari a 17.519 mila unità ovvero pari ad una variazione di -2 mila unità pari ad un valore di -0,01%. Nel passaggio tra il dicembre 2020 ed il gennaio 2021 il numero dei lavoratori dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.445 mila unità fino ad un valore di 17.300 mila unità ovvero pari ad una variazione di -145 mila unità pari ad un variazione di -0,83%. Nel passaggio tra il gennaio 2021 ed il febbraio 2021 il valore del numero dei lavoratori dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.300 mila unità fino ad un valore di 17.328 mila unità ovvero pari ad una variazione di 28 mila unità pari ad un valore di 0,16%. Nel passaggio tra il febbraio 2021 ed il marzo 2021 il numero di dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.328 mila unità fino ad un valore pari a 17.325 mila unità ovvero pari ad una variazione di 25 mila unità equivalente allo 0,14%. Complessivamente nel periodo considerato sono stati persi circa 605 mila posti di lavoro dipendenti nell’economia italiana.

Posti di lavoro dipendente permanenti e a termine. Il numero dei lavoratori dipendenti viene diviso dall’Istat in due categorie ovvero lavoratori permanenti e lavoratori a termine. A gennaio 2020 il fatto 100 il numero di lavoratori dipendenti l’83,8% erano lavoratori permanenti mentre il 16,2% erano lavoratori a termine. Nel marzo 2021 fatto 100 il numero dei lavoratori permanenti l’84,8% erano lavoratori dipendenti ed il 15,2% lavoratori a termine. Ne deriva ovviamente che il numero dei lavoratori dipendenti è diminuito di meno in valore percentuale rispetto al numero dei lavoratori a termine. Sotto il punto di vista della riduzione in valore assoluto il numero dei lavoratori permanenti è diminuito di circa 334 mila unità nel periodo gennaio 2020-marzo 2021, mentre il numero di lavoratori a termine è diminuito di 272 mila unità nello stesso periodo. Ne deriva ovviamente che sono i lavoratori a termine che hanno pagato di più la crisi nel periodo considerato. Ovvero, sono proprio i lavoratori con meno tutele che hanno visto ridurre le prospettive di reddito e contrattualizzazione. Un elemento che aggrava la dimensione di ineguaglianza della crisi economica. Nelle crisi infatti sono i più deboli che pagano economicamente. Laddove i lavoratori significativamente contrattualizzato hanno subito meno perdite in termini percentuali, i lavoratori invece a termine sono stati colpiti assai significativamente. Tale condizione induce alla necessità di rivedere lo schema contrattuale del lavoro flessibile, del lavoro a termine, del lavoro precario per fare in modo che tali lavoratori possano avere una qualche protezione in caso di crisi. Inoltre molto spesso i lavoratori a termine appartengono a categorie deboli che quindi vengono ulteriormente discriminate nell’accesso al lavoro ed al reddito. L’effetto dei lavoratori a termine è prociclico: aumenta significativamente nei periodi di boom economico e viene ridotto significativamente nelle crisi. Tuttavia la crisi non ha comunque risparmiato i lavoratori a termine dei quali circa 334 mila hanno perso il posto di lavoro.

Le Forze di Lavoro in Italia

Persi circa 974 mila posti di lavoro nel periodo gennaio 2020-marzo 2021

 

La forza lavoro in Italia. L’Istat calcola il valore della forza lavoro in Italia. La forza lavoro è costituita dalla somma tra lavoratori occupati e disoccupati. Il valore della forza lavoro nel passaggio tra il gennaio 2020 ed il febbraio 2020 è diminuita di 81 mila unità passando da un ammontare pari a 25.715 mila unità fino ad un valore pari a 25.633 mila unità ovvero pari ad un valore di -0,32%. Nel passaggio tra il febbraio 2020 ed il marzo 2020 il valore delle forze di lavoro in Italia è diminuito da un ammontare pari a 25633 mila unità fino ad un valore pari a 24.653 mila unità ovvero pari ad una variazione di circa -980 mila unità pari ad un valore di -3,82%. Tra aprile 2020 ed i l maggio 2020 il valore della forza lavoro in Italia è passato da un ammontare pari ad un valore di 24.414 mila unità fino ad un valore pari a 24.641 unità ovvero pari ad una variazione di 227 mila unità equivalente ad un ammontare dello 0,93%. Tra maggio e giugno 2020 il valore della forza lavoro in Italia è passato da un ammontare pari a 24.641 mila unità fino ad un valore pari a 24.832 mila unità ovvero un ammontare pari a 190 mila unità pari ad un valore di 0,77%. Nel passaggio tra giugno 2020 ed  il luglio 2020 il valore della forza lavoro italiana è passato da un ammontare pari a 24.832 mila unità fino ad un valore pari a 25.004 mila unità ovvero pari ad un valore di 172 mila unità pari ad un valore di 0,69%. Tra il luglio 2020 e l’agosto 2020 il valore della forza lavoro in Italia è passato da un ammontare pari a 25.004 mila unità fino ad un valore pari a 25.083 mila unità ovvero pari ad un valore di 79 mila unità pari ad un ammontare di 0,32%. Tra agosto 2020 ed il settembre 2020 il valore della forza lavoro in Italia è diminuito da un ammontare pari a 25.083 mila unità fino ad un valore di 25.060 mila unità ovvero pari ad un valore di -23 mila unità pari ad un valore di -0,09%. Nel passaggio tra il settembre 2020 e l’ottobre 2020 il valore della forza lavoro in Italia è diminuito da un ammontare pari a 25.060 mila unità fino ad un valore pari a 25.059 mila unità ovvero pari ad una variazione di -1 mila unità. Tra ottobre 2020 ed il novembre 2020 il valore della forza lavoro in Italia è passata da un ammontare pari a 25.059 mila unità fino ad un valore pari a 24.867 mila unità ovvero pari ad una variazione di -192 mila unità pari ad un valore di -0,77%. Tra novembre 2020 ed il dicembre 2020 il valore della forza lavoro in Italia è cresciuto da un ammontare pari a 24.867 mila unità fino ad un valore pari a 24.813 mila unità ovvero pari ad una variazione di -55 mila unità pari ad un ammontare di -0,22%. Nel passaggio tra dicembre 2020 ed il gennaio 2021 il valore della forza lavoro in Italia è passato da un ammontare pari a 24.813 mila unità fino ad un valore pari a 24.722 mila unità ovvero pari ad una variazione di -91 mila unità pari ad una variazione di -0,37%. Nel passaggio tra gennaio 2021 ed il febbraio 2021 il valore della forza lavoro in Italia è passato da un ammontare pari a 24.722 mila unità fino ad un valore pari a 24.725 mila unità ovvero pari ad un valore di 4 mila unità pari ad un valore di 0,02%. Nel passaggio tra il febbraio 2021 ed il marzo 2021 il valore della forza lavoro in Italia è passato da un ammontare pari a 24.725 mila unità fino ad un valore pari a 24.741 mila unità ovvero pari ad una variazione di 15 mila unità pari ad un valore di 0,06%. Complessivamente tra gennaio 2020 ed il marzo 2021 la forza lavoro è diminuita di 784 mila unità.

La composizione della forza lavoro. Occorre considerare che la composizione della forza lavoro è costituita dall’insieme di occupati e disoccupati. Tuttavia, se si guarda al periodo tra il gennaio 2020 ed il marzo 2021 è possibile notare che la componente degli occupati è diminuita mentre la componente dei disoccupati è aumentata in termini percentuali. Infatti, se nel gennaio del 2020 il valore degli occupati era pari ad un ammontare del 90,2% ed il valore dei disoccupati pari ad un ammontare di 9,7%, nel marzo del 2021 il valore degli occupati è arrivato ad un valore pari a 89,9% della forza lavoro mentre il valore dei disoccupati è aumentato ad un valore di 10,84%. Sotto il punto di vista del valore assoluto questo ha comportato la perdita di circa 974 mila posti di lavoro nel passaggio tra il gennaio 2020 ed il marzo 2021. Ovviamente questa perdita dei posti di lavoro riguarda l’economia emersa. Tuttavia, a causa della condizione economica imposta dalle restrizioni è possibile considerare che anche l’economia sommersa ha subito delle significative riduzione dell’occupazione difficili tuttavia da stimare. Complessivamente l’impatto dell’economia sommersa è pari a circa il 24% dell’economia emersa[1]. Ne deriva pertanto che almeno ai 974 mila posti di lavoro emersi persi occorre sommare il relativo 24% dei posti di lavoro sommersi per un valore pari a circa 1,2 milioni di posti di lavoro persi.

[1]https://it.wikipedia.org/wiki/Economia_sommersa#:~:text=Il%20Working%20Paper%20del%20FMI,24%2C9%25%20del%20PIL.

 

 

 

Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia

A marzo 2021 ha raggiunto il 30,3%

Tasso di disoccupazione giovanile in Italia. L’Istat calcola il tasso di disoccupazione giovanile in Italia nella fascia di età 15-24. Il valore del tasso di disoccupazione giovanile in Italia è stato pari ad un ammontare del 28,4 nel gennaio 2020. Nel passaggio tra i l gennaio 2020 ed il febbraio 2020 il valore del tasso di disoccupazione giovanile è passato da un ammontare pari a 28,4% fino ad un valore pari a 29,00% ovvero una variazione pari a 0,6 unità pari ad un ammontare del 2,18%. Nel passaggio tra il febbraio 2020 ed il marzo 2020 il valore del tasso di disoccupazione giovanile è diminuito da un ammontare pari a 27,6 unità fino ad un valore pari a 26,1 unità ovvero pari ad una variazione di -1,4 unità pari ad un valore di -5,23%. Tra l’aprile 2020 ed il maggio 2020 il valore del tasso di disoccupazione giovanile è passato da un ammontare pari a 28,4 unità fino ad un valore pari a 29,5% ovvero una variazione pari ad un valore di 1,1 unità pari ad un ammontare del 3,94%. Nel passaggio tra giugno 2020 e luglio 2020 il valore del tasso di disoccupazione giovanile è passato da un ammontare pari a 29,5% fino ad un valor pari a 30,8% ovvero una variazione pari ad un ammontare di 1,2 unità pari ad un valore del 4,22%. Nel passaggio tra luglio 2020 ed agosto 2020 il valore del tasso di disoccupazione giovanile  è passato da un ammontare di 30,8% fino ad un valore pari a 31,4 % ovvero una variazione pari ad un ammontare di 1,2 unità pari ad un valore di 4,22%-. Nel passaggio tra luglio 2020 ed agosto 2020 il valore del tasso di disoccupazione giovanile è passato da un ammontare pari a 30,8 unità fino ad un valore pari a 31,4 unità ovvero pari ad una variazione di 0,7 unità pari ad un valore di 2,17%. Nel passaggio tra agosto 2020 e settembre 2020 il valore del tasso di disoccupazione giovanile è passato da un ammontare pari a 31,4 5 fino ad un valore pari a 29,85 ovvero una variazione pari a -1,6 unità pari ad un valore di -5,09%. Nel passaggio tra il settembre 2020 e l’ottobre 2020 il valore del tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto da un ammontare padi a 29,8% fino ad un valore pari a 30,6% ovvero una variazione pari ad un valore di 0,8 unità pari ad un ammontare di 2,55%. Nel passaggio tra ottobre 2020 ed il novembre 2020 il valore del tasso di disoccupazione giovanile è passato da un ammontare pari a 30,6 unità fino ad un valore pari a 30,9 unità ovvero pari ad una variazione di 0,3 unità pari ad un valore di 0,88%. Nel passaggio tra novembre 2020 ed il dicembre 2020 il valore del tasso di disoccupazione giovanile è passato da un ammontare pari a 30,9 unità fino ad un valor epa ria 31,4 unità ovvero pari ad una variazione di 0,5 unità pari ad un valore di 1,67%. Tra dicembre 2020 ed il gennaio 2021 il valore del tasso di disoccupazione giovanile è passato da un ammontare pari a 31,4% fino ad un valore pari a 33,00% ovvero pari ad una variazione di 1,6 unità pari ad un valore di 5,19%. Nel passaggio tra il gennaio 2021 ed il febbraio 2021 il valore del tasso di disoccupazione giovanile in Italia è diminuito da un ammontare pari a 33,00% fino ad un valore pari a 31,9% ovvero pari ad una variazione di -1,1 unità pari ad un valore di -3,45%. Nel passaggio tra febbraio 2021 ed il marzo 2021 il valore del tasso di disoccupazione giovanile è cresciuto da un ammontare pari a 31,9% fino ad un valore pari a 33,00% ovvero una crescita pari ad un valore di 1,1 unità pari ad una variazione di 3,43%.

Conclusione. In sintesi, la condizione del lavoro della fascia di età 15-24 anni è significativamente peggiorata nel periodo considerato soprattutto rispetto al periodo precedente. Infatti il tasso di disoccupazione giovanile ha raggiunto un picco nel secondo semestre 2014 e da quel periodo in poi è significativamente diminuito fino ad arrivare ad un minimo nel settembre 2019. Tuttavia in seguito ha ricominciato a salire riportandosi nel gennaio 2021 ai medesimi valori del maggio 2012. Occorre considerare che il fenomeno della disoccupazione giovanile va sommato a quello dei NEET ovvero dei giovani che non studiano e non lavorano i quali non vengono ad essere registrati tra i disoccupati in quando sono privi di interesse nei confronti del mondo del lavoro. L’alta disoccupazione giovanile, la presenza di NEET ed anche l’abbandono scolastico insieme con la riduzione delle iscrizioni universitarie getta un’ombra sullo sviluppo futuro dell’economia italiana in un confronto con gli altri paesi europei nella globalizzazione. Occorre che vengano attivati dei programmi per intercettare i nuovi bisogni della popolazione giovanile che anche grazie alle nuove tecnologie potrebbe cogliere l’opportunità di una partecipazione al mercato del lavoro più attiva ed evitare il fenomeno dell’inedia, che può essere inoltre associato a forme di depauperamento del capitale umano. In questo senso è assolutamente necessario prevedere la possibilità di utilizzare sempre di più gli strumenti del digitale per il coinvolgimento nel lavoro e nello studio della popolazione giovanile al fine di ridurre sia la disoccupazione che il fenomeno dei NEET e rilanciare la missione educatrice delle istituzioni scolastiche ed universitarie. Il rischio è infatti che si crei una società del long life learning che tuttavia lasci indietro proprio i giovani, esclusi anche dalle opportunità di apprendimento e crescita lavorativa e professionale.

 

 

 

Cresce il Prezzo degli Alimentari

Le famiglie italiane perdono l’11% del reddito e hanno anche affrontato una crescita del 6,8% del prezzo degli alimenti tra il marzo 2019 ed il marzo 2021.

 

Valore delle vendite al dettaglio nel settore alimentare. L’Istat calcola il valore del commercio al dettaglio nel settore alimentare con un indice rappresentativo dei prezzi. Il valore dell’indice è pari a 100. Nel 2015. I dati mostrano un significativo aumento del valore dell’indice dei prezzi al consumo dei beni alimentari nel periodo tra il gennaio 2020 ed il marzo 2021. Nel gennaio 2020 il valore dell’indice delle vendite al dettaglio del commercio alimentare è stato pari a 104,9. Nel passaggio tra il gennaio 2020 ed il l febbraio 2020 il valore dell’indice dei consumi alimentari è passato da un ammontare pari a 104,9 fino ad un valore pari a 107,8 unità ovvero pari ad una crescita in valore assoluto pari a 2,9 unità equivalente ad un ammontare del 2,76%. Nel passaggio tra il Marzo 2020 ed l’Aprile 2020 il valore dell’indice del commercio al dettaglio è passato da un valore pari a 108,2 unità fino ad un valore pari a 107,7 unità ovvero una diminuzione pari ad un valore di 0,5 unità in valore assoluto pari ad una variazione di -0,46%. Nel passaggio tra aprile 2020 ed il maggio 2020 il valore dell’indice dei prezzi al commercio nel settore alimentare è passato da un valore pari a 107,7 unità fino ad un valore pari a 106,7 unità ovvero pari ad un valore di -1,0 unità pari ad un valore di -0,93%. Nel passaggio tra il maggio 2020 ed il giugno 2020 il valore del commercio al dettaglio è passato da un valore pari a 106,7 unità fino ad un valore pari ad un valor di 104,8 unità ovvero pari ad una variazione di -1,2 unità pari ad un valore di -1,13%. Nel passaggio tra luglio 2020 ed Agosto 2020 il valore dell’indice delle vendite del commercio al dettaglio è passato da un valore pari a 104,8 unità fino va un valore pari a 106,6 unità ovvero pari ad un valore di 1,8 unità ovvero pari ad una variazione di 1,72%. Nel passaggio tra l’agosto 2020 ed il settembre 2020 il valore dell’indice del valore del commercio al dettaglio nel settore alimentare è passato da un valore pari a 106,6 unità fino ad un valore pari a 106,9 ovvero pari ad un valore di 0,3 unità pari ad un valore di 0,28%. Nel passaggio tra settembre 2020 ed ottobre 2020 il valore dell’indice dei consumi alimentari è passato da un ammontare pari a 106,9 unità fino ad un valore paria 107,7 unità ovvero pari ad un valore di 0,8 unità pari ad un ammontare di 0,75%. Nel passaggio tra l’ottobre 2020 ed il novembre 2020 il valore dell’indice dei beni di consumo alimentari è passato da un ammontare pari a 107,7 unità fino ad un valore di 108,8 unità ovvero pari ad un valore di 1,1 unità ovvero pari ad un valore di 1,02%.  Nel passaggio tra novembre 2020 e gennaio 2020 il valore dell’indice dei consumi alimentari è rimasto pari ad un ammontare di 108,8 unità. Nel passaggio tra il gennaio 2021 ed il febbraio 2021 il valore dell’indice dei consumi alimentari è passato da un ammontare pari a 108,8 unità fino ad un valore pari a 106,2 unità ovvero apri ad una variazione di -2,6 unità pari ad un valore di -2,39%. Nel passaggio tra il febbraio 2021 e marzo 2021 il valore dell’indice dei consumi alimentari è passato da un ammontare pari a 106,2 fino ad un valore pari a 108,2 unità ovvero pari ad una variazione di 2,0 unità pari ad un valore di 1,88%.

 

Conclusione. Complessivamente nel periodo tra il gennaio 2020 ed il marzo 2021 il valore dell’indice dei consumi alimentari è cresciuto di un valore pari a 3,3%. Se consideriamo il valore nel confronto tra marzo 2019, marzo 2020 e marzo 2021 il valore dell’indice dei consumi alimentari è aumentato da un valore pari a 101,3 unità fino ad un valore pari a 108,2 ovvero una variazione pari a circa 6,8%. Questo significa che il prezzo della spesa media di una famiglia italiana è cresciuta di un ammontare pari a 6,8%. Immaginiamo che una famiglia italiana nel marzo 2019 spendeva 100 euro per comprare un certo paniere di beni. Nel marzo 2020 e nel marzo 2021 il valore del medesimo panieri di beni alimentari è aumentato di 6,8 euro ovvero la famiglia invece di spendere 100 euro ha speso 106,8 euro. Considerando che nel periodo considerato il valore del reddito degli italiani si è ridotto, conseguentemente al PIL, di un ammontare pari a circa l’11%, ne deriva che il valore percepito dell’aumento del valore del prezzo dei beni è pari alla somma dell’aumento dell’indicatore, pari a 6,8%, sommato alla perdita del reddito equivalente ad un ammontare dell’11% ne deriva che la perdita complessiva è pari a 17,8%. Ovvero il valore effettivo dell’impatto dell’aumento dei prezzi ha comportato una crescita del valore percepito della spesa rispetto alla riduzione del reddito pari a 17,8%.