La Grave Deprivazione Materiale degli Italiani

Cresce con la diseguaglianza e diminuisce con il reddito

 

L’Istat calcola l’ammontare della grave deprivazione materiale nell’ambito delle statistiche del BES-Benessere Equo Sostenibile. Di seguito vengono analizzate alcune delle determinanti della “Grave Deprivazione Materiale” per le 20 regioni italiane nel periodo 2004-2019. I dati sono stati analizzati attraverso l’utilizzo di modelli Panel Data con Effetti Fissi, Panel Data con Effetti Variabili, Pooled OLS, e Panel Dinamico ad un passo.

La “Grave deprivazione materiale” è definita dall’Istat come la “Percentuale di persone che vivono in famiglie con almeno 4 di 9 problemi considerati sul totale delle persone residenti. I problemi considerati sono: i) non poter sostenere spese  impreviste di 800 euro; ii) non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa; iii) avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti come per es. gli acquisti a rate; iv) non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni, cioè con proteine della carne o del pesce (o equivalente vegetariano); v) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere: vi) una lavatrice; vii) un televisore a colori; viii) un telefono; ix) un’automobile.” La grave deprivazione materiale è associata in modo positivo a

  • Diseguaglianza del reddito disponibile: è definita come “Rapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dal 20% della popolazione con il più alto reddito e quello ricevuto dal 20% della popolazione con il più basso reddito.” Esiste una relazione positiva tra la grave deprivazione materiale e la diseguaglianza del reddito disponibile. Tale relazione può essere meglio intesa considerando l’aspetto regressivo che ha la diseguaglianza reddituale. Infatti, la presenza di divari sotto il punto di vista strettamente reddituale crea delle forme di discriminazione sociale e la mancanza di classi medie, o lo sfaldamento delle classi medie, può comportare una sorta di “ghettizzazione” sociale a base reddituale con una recrudescenza del fenomeno della grave deprivazione materiale. Tale dimensione può essere particolarmente rilevante nell’interno delle zone urbane. La grave deprivazione materiale è certamente una nuova forma di povertà e di fragilità finanziaria che tende a crescere con la crescita della diseguaglianza reddituale.
  • Grade difficolta economica: è definita come la “Quota di persone in famiglie che alla domanda “Tenendo conto di tutti i redditi disponibili, come riesce la Sua famiglia ad arrivare alla fine del mese?” scelgono la modalità di risposta “Con grande difficoltà”. Esiste una relazione positiva tra la grande difficoltà economica la grave deprivazione materiale. Tale relazione positiva in realtà può essere intesa considerando che effettivamente sia la grande difficoltà economica che la grave deprivazione materiale possono essere intese come forme di una medesima problematica ovvero le nuove forme di povertà e di fragilità finanziaria. La crescita della difficoltà economica finisce per accrescere anche la grave deprivazione materiale e può comportare una effettiva riduzione della qualità della vita creando le condizioni per nuove forme di discriminazione sociale difficili da inquadrare, anche perché molto spesso le persone colpite da queste forme di insufficienza finanziaria risultano essere in un qualche modo occupati o assistiti da trasferimenti finanziari diretti.

La grave deprivazione materiale è associata negativamente alle seguenti variabili.

  • Tasso di occupazione: è definito dall’Istat come il “Percentuale di occupati di 20-64 anni sulla popolazione di 20-64 anni”. Chiaramente il tasso di occupazione è uno strumento che può essere utilizzato per ridurre la grave deprivazione materiale. Infatti, l’aumento del reddito, che può essere realizzato attraverso la crescita dell’occupazione, può consentire di arrivare ad ottenere quell’insieme di elementi di tipo finanziario che possono consentire di combattere la grave deprivazione materiale. Occorre considerare che il tasso di occupazione non deve essere inteso soltanto per la sua dimensione strettamente finanziaria ovvero per i benefici prodotti in termini di reddito, quanto piuttosto deve essere considerato anche sotto un punto di vista più ampio, infatti le persone che sono occupate tendono ad avere una capacità migliore di inserimento sociale, partecipano alla vita di comunità ed organizzazioni, e manifestano anche una certa capacità di affrontare eventuali problemi connessi a shock esterni che possono comportare una riduzione della domanda di lavoro. Il lavoro infatti consente di sviluppare quelle relazioni umane che operano come collaterale implicito dei contratti di lavoro espliciti.
  • Tasso di infortuni e inabilità permanente: è definito come “Numero di infortuni mortali e con inabilità permanente sul totale occupati (al netto delle forze armate) per 10.000”. Esiste una relazione negativa tra il valore del tasso degli infortuni ed inabilità permanente ed il valore della deprivazione materiale grave. Tale relazione può apparire controfattuale eppure, può essere meglio compresa considerando che tali tassi di infortuni danno origine comunque a dei redditi che per quanto siano effettivamente ridotto e certamente richiedano degli interventi al rialzo, costituiscono in ogni caso delle entrate ulteriori per i singoli e le unità familiari. Inoltre occorre considerare che in genere il tasso di infortuni è tipico delle economie manifatturiere, industriali, con rilevante impatto delle costruzioni e dell’agricoltura, ovvero delle economie ad elevata intensità di capitale umano. Tale condizione è rilevante nel senso della riduzione della grave deprivazione materiale per il fatto che se una economia è ad elevata intensità di capitale umano allora è probabile che più persone appartenenti ad un certo gruppo familiare possano lavorare aumentando il reddito e quindi uscendo dalla condizione della deprivazione materiale.

Conclusione. La grave deprivazione materiale è una condizione che tende ad essere esacerbata dal mix di mercati del lavoro orientati alla flessibilità, bassa scolarizzazione della forza lavoro, presenza di shock esterni dell’offerta di lavoro, cambiamenti della struttura tecnologica ed in generale il processo di “servitization” dell’economia ovvero della terziarizzazione. Infatti, la dimensione dell’economia dei servizi ha un “dark side” costituito da nuove forme di fragilità finanziaria che possono essere manifestate anche nella forma della grave deprivazione materiale. Occorre considerare che queste nuove forme di povertà sono ancora più gravi anche perché spesso riguardano persone che risultano essere occupate ovvero i cosiddetti “working poors” ovvero persone che pure lavorando rimangono povere e sono esposte ai rischi della fragilità finanziaria senza la possibilità di essere coperti da forme di assicurazione sociale del tipo welfare state.

 

L’Economia Green ed il Ciclo di Vita delle Emissioni

E’ previsto in crescita nei prossimi esercizi ad un CAGR compreso tra il 24% ed il 26,6%.

Gli esperti di “Allied Market Research[1] considerano che il mercato della tecnologia green e sostenibile che nel 2019 ha raggiunto un ammontare pari a 8.79 miliardi di dollari raggiungerà nel 2027 un ammontare pari a 48,36 miliardi di dollari con un valore del Compound Annual Growth Rate-CAGR pari a 24,3%.

Gli analisti di “Markets and Marketes[2] hanno stimato il mercato globale della tecnologia green sostenibile pari ad un ammontare di 11,2 miliardi di dollari nel 2020 e prevendono una crescita fino ad un valore di 36.6 miliardi di dollari nel 2025 con un valore del Tasso di Crescita Annuale Composto-CAGR pari ad un valore del 26,6%.

Gli analisti di “GlobeNewswire[3] prevedono che il mercato globale delle tecnologie verdi e ambientalmente sostenibili crescerà da un ammontare pari a 11.2 miliardi di dollari nel 2020 fino ad un valore pari a 36.6 miliardi di dollari nel 2025 con un ammontare del tasso di interesse annuo composto-CAGR pari a 26.6%. Gli stessi esperti[4], in un periodo temporale più lungo, ovvero nel periodo tra il 2020 ed il 2030 prevedono una crescita del valore di mercato fino ad un valore di 57.8 miliardi di dollari con un valore del Compound Annual Growht Rate-CAGR pari a 20,00%. Gli autori ritengono che siano sostanzialmente tre i main drivers della crescita del mercato delle tecnologie verdi e ambientalmente sostenibili ovvero: la crescita della consapevolezza ambientalista, l’utilizzo dell’intelligenza artificiale e l’utilizzo delle energie rinnovabili.

Gli esperti di “Verified Market Research[5] hanno stimato che nel 2018 il valore del mercato delle tecnologie verdi e sostenibili è stato pari ad un ammontare di 7,01 miliardi di dollari prevedendo una crescita del mercato fino ad un ammontare di 45.52 miliardi di dollari nel 2026 ad un valore del CAGR-Compound Annual Growth Rate pari a 26,2%.

Secondo gli esperti di “Adroit Market Research[6] il valore del mercato delle tecnologie verdi raggiungerà un ammontare pari a 23 miliardi di dollari nel 2025. Tale crescita del mercato è da riconnettere non soltanto alla presenza di nuove tecnologie come per esempio l’Internet of Things-IoT, l’intelligenza artificiale ed il Cloud Computing, quanto piuttosto per la diffusione di una coscienza ambientalista sempre più presente sia nei consumatori che negli operatori di mercato.

Le analisi di vari e diversi esperti mostrano quindi un mercato delle tecnologie green e sostenibili certamente crescente. Tuttavia occorre considerare che la presa di coscienza ambientalista nella società globale ha un ruolo assai rilevante nel sostenere gli investimenti, gli incentivi pubblici, il cambiamento dei consumi, le modificazioni dei modi di produzione, ed anche le politiche economiche di incentivazione fiscale e di regolamentazione dell’inquinamento. Tuttavia, anche se la nuova leadership statunitense del presidente Biden è stata incentrata fin da subito alla lotta al climate change, obbiettivo per altro ampiamente presente anche nelle politiche europee come dimostrato dalle politiche economiche della Commissione, è pure vero che molti dei paesi di nuova industrializzazioni potrebbero essere riluttanti nello scegliere tra crescita economica e riduzione delle emissioni inquinanti. Il trade-off negativo tra crescita e sostenibilità è tipico delle economie che hanno un significativo orientamento manifatturiero, essendo l’industria pesante energivora e inquinante, e richiedendo degli interventi ex-post sulla bonifica delle aree di produzione e sulla salute dei cittadini che possono certamente costituire una crescita della spesa pubblica ed una riduzione della qualità della vita pure in presenza di occupazione.

Il Ciclo Vita delle emissioni. Oggetto principale degli investimenti in Green Technology è la drastica riduzione (o compensazione) delle emissioni di GHG (Green House Gas), ossia i gas che provocano l’effetto serra, il fenomeno che impedisce ai raggi solari di uscire dall’atmosfera rimanendone intrappolati alzando notevolmente la temperatura media. Gli effetti più noti sono: l’acidificazione degli oceani che fanno da spugna per questi gas, con la conseguenza di acidificarsi a scapito della vita ad ogni livello; lo scioglimento dei ghiacci con effetti sul livello dei mari (saranno sommerse le zone costiere ma non solo, ad esempio la Pianura Padana è a rischio); l’aumento dei fenomeni climatici estremi (sia caldi che freddi) con distruzione degli ecosistemi esistenti (desertificazione e simili).
La prima importante osservazione è che per poter intervenire bisogna comprendere dove poterlo fare con effetti maggiori; intuitivamente siamo tutti consapevoli che nel mondo moderno i settori produttivi si scambiano prodotti e servizi intermedi per consentirci di fruire dei prodotti e servizi finali, ma non è altrettanto intuitivo poter avere una misura di questa rete di relazioni, della quale l’immagine allegata (fonte http://www.climatewatchdata.org) offre una “traccia” delle emissioni prodotte e scambiate in questo percorso. Questo metodo è figlio della moderna disciplina chiamata Merceologia, a cui ha dato forte slancio lo scienziato e divulgatore italiano Giorgio Nebbia; professionalmente nato chimico, ebbe l’intuizione che occorreva adoperare un metodo di contabilità “ragionieristica” agli elementi chimici per poterne seguire il percorso lungo la catena delle trasformazioni umane, riuscendo a dare forma e dignità scientifica alla pratica di protezione ambientale, fino ad allora appannaggio di filosofie molto poco precise. Figlia di questo approccio è la moderna metodologia LCA (Life Cycle Assessment), ossia l’Analisi a Ciclo Vita (https://it.wikipedia.org/wiki/Analisi_del_ciclo_di_vita), che ci permette di indagare la “traccia” delle operazioni umane, comprese le esternalità, ossia le conseguenze di tali azioni non indirizzate al prodotto o servizio finale (diciamo i danni collaterali). Il limite di tale metodologia è proprio la sua precisione, che richiede di lavorare su una base di dati molto precisi e ben validati, nonché ben perimetrati (non posso considerare un dato appartenente a due somme, quindi devo inserirlo in un perimetro preciso). La buona notizia è che la costante produzione accademica, governativa e di enti  autorevoli sta finalmente fornendo tali basi di dati, fino a poco fa insufficienti o inaffidabili.

 

La seconda importante osservazione da fare è che tali gas non sono equivalenti nella loro capacità distruttiva climalterante – definita come GWP (Global Warming Potential) – dunque si usa convertire i loro effetti ad una unità di misura del danno da effetto serra (IF, Impact Factor), ossia quello della CO2 su un orizzonte di 100 anni (IF=1), denominata CO2e (CO2 equivalente). Questo ci permette di confrontare univocamente il loro impatto anche se hanno Impact Factor diversi (quello del metano CH4 è di 25, dunque 25 volte quello della CO2).

 

Angelo Leogrande- Angelo Lorusso

 

[1] https://www.alliedmarketresearch.com/green-technology-and-sustainability-market-A06033#:~:text=The%20global%20green%20technology%20and,24.3%25%20from%202020%20to%202027.

[2] https://www.marketsandmarkets.com/Market-Reports/green-technology-and-sustainability-market-224421448.html

[3] https://www.globenewswire.com/news-release/2020/12/22/2149310/0/en/Global-Green-Technology-Sustainability-Market-Report-2020-2025-Opportunities-with-Initiatives-to-Tackle-Climate-Change-and-Air-Pollution-Modernization-of-IT-and-Telecom-Infrastruct.html

[4] https://www.globenewswire.com/news-release/2020/09/10/2091900/0/en/Global-57-8-Billion-Green-Technology-and-Sustainability-Market-to-2030.html

[5] https://www.verifiedmarketresearch.com/product/green-technology-and-sustainability-market/

[6] https://www.adroitmarketresearch.com/industry-reports/green-technology-and-sustainability-market

Una Analisi Economica della Tecnologia Blockchain

Gli analisti stimano una crescita del mercato globale della blockchain ad un CAGR tra il 53% ed il 70% entro il 2025.

 

Secondo gli analisti di “Market and Markets[1] il mercato della blockchain che ha raggiunto nel 2020 un valore pari a 3 miliardi di dollari dovrebbe raggiungere un ammontare pari a 39,7 miliardi di dollari nel 2025 con un valore del tasso di interesse composto annuo-CAGR pari a 67,3%.

In base agli analisti di “Grand View Research[2] il mercato globale della blockchain nel 2018 è stato pari ad un ammontare di 1,5 miliardi di dollari ed è previsto in crescita ad un CAGR del 69,4% fino al 2025. Il mercato della blockchain è considerato uno dei mercati maggiormente promettenti nell’ambito delle nuove tecnologie.

Gli analisi di “Global Market Insights[3] hanno valutato l’ammontare del valore globale del mercato della blockchain pari a 488 milioni di dollari nel 2018. Tuttavia, gli stessi considerano che l’utilizzo della blockchain dovrebbe crescere ulteriormente fino a raggiungere un valore di mercato pari a circa 25 miliardi di dollari nel 2025 con un valore del CAGR pari a 69,4%.

Gli esperti di “PR Neswire”[4] hanno valutato il mercato globale della blockchain pari ad un ammontare di circa 3 miliardi di dollari nel 2020 e prevedono che lo stesso mercato raggiungerà il valore di circa 39,7 miliardi di dollari nel 2025 con un CAGR pari a 67,3%.

In base agli analisti di “Market Data Forecast[5] il valore del mercato della blockchain è stato pari ad un ammontare di circa 4,4 miliardi di dollari nel 2019 fino ad arrivare ad un ammontare pari a 53,5 miliardi di dollari nel 2025 con un valore del CAGR pari a 53,7%. Gli stessi considerano che il driver per lo sviluppo delle blockchain sarà rappresentato dalla diffusione delle cryptocurrencies.

Gli analisti di “Research and Markets[6] prevedono che il mercato della blockchain raggiungerà a livello globale un ammontare pari a 57,6 miliardi di dollari nel 2025 con un valore del CAGR pari a 69,4%. La crescita della blockchain è indotta dalla diffusione delle monete virtuali.

Gli esperti di “Market Research Future[7] stimano la crescita del mercato della blockchain in un valore del CAGR pari ad un valore del 66,41% nel periodo tra il 2018 ed il 2023. Gli stessi analisti connettono la crescita dello sviluppo della blockchain non solo all’economia delle monete virtuali quanto piuttosto ad un insieme di applicazioni comprensive anche del settore dell’healthcare e del retail. I medesimi sostengono la presenza di una naturale attitudine alla diffusione del marketing che sarebbe implicita nella costituzione della medesima tecnologica della blockchain.

Gli esperti di mercato di “Allied Market Research[8] valutano una crescita del mercato della blockchain pari ad un valore di 5,4 miliardi di dollari nel 2023 partendo da una base di 228 milioni di dollari nel 2016 ad un CAGR pari a 57,6.

 

 

Blockchain tradotto in “catena di blocchi” è una tecnologia utile alla memorizzazione e allo scambio di informazioni, in formato elettronico, tra un mittente e un destinatario. Il concetto è paragonabile all’utilizzo di un libro mastro-Distributed Ledger, ovvero un registro con una registrazione in “dare” e una in “avere”, utile a tenere traccia di una transazione. In questo registro, l’informazione è distribuita, cioè ripetuta su 3 diversi nodi in modo da renderla immutabile nel tempo e sicura, un altro vantaggio è quello di poter essere pubblica ovvero accessibile globalmente.

Di Blockchain ce ne sono molteplici e di diverso tipo, non necessariamente per la gestione delle transizioni finanziarie, può memorizzare e gestire ogni tipo di informazioni come la disponibilità di un prodotto in un magazzino, oppure lo stato di avanzamento di una ricerca, oppure ancora per la gestione di scambi musicali o qualsiasi contenuto digitale o per la gestione del pescato o degli allevamenti, possiamo intuire che è una evoluzione del cloud computing.

Si parla quindi di Blockchains.

  • Public blockchains:è il primo e più diffuso tipo di chain su questa tecnologia ad esempio girano le criptovalute, Bitcoin and Ethereum dove tutti possono accedere a questo tipo di informazioni. Ogni transizione è pubblica e gli utenti possono rimanere anonimi.
  • Semi-private blockchains:sono controllate da singole società e permettono l’accesso agli utenti che soddisfano criteri prestabiliti. Non sono totalmente decentralizzate, e sono usate in caso di transazioni business-to-business e dai Governi nella fruizione e scambio di informazioni e servizi ai Cittadini.
  • Private blockchains:sono controllate da singole società che determinano chi può leggere e/o scrivere queste informazioni. Queste chain sono 100% centralizzate.
  • Consortium:Attualmente considerate come la migliore modalità per la gestione di un Business. In questo tipo di chain il consenso alla lettura e/o scrittura è controllato da un gruppo di utenti e può essere dato anche esternamente all’organizzazione che la possiede.

 

Essendo una tecnologia di recente introduzione è facile intuire che le potenzialità sono ancora enormi in quanto non sfruttate appieno. Possiamo affermare che il futuro passerà attraverso una blockchain e che sarà una grande possibilità di investimenti per chi la saprà cogliere e per chi avrà idee innovative su come sfruttarla al meglio.

 

Angelo Leogrande, Gianvito Laera

 

 

 

Sources

[1] https://www.marketsandmarkets.com/Market-Reports/blockchain-technology-market-90100890.html#:~:text=Blockchain%20market%20size%3F-,The%20global%20blockchain%20market%20size%20is%20expected%20to%20grow%20from,67.3%25%20during%202020%E2%80%932025.

[2] https://www.grandviewresearch.com/industry-analysis/blockchain-technology-market

[3] https://www.gminsights.com/industry-analysis/blockchain-technology-market

[4] https://www.prnewswire.com/news-releases/the-global-blockchain-market-size-is-expected-to-grow-from-usd-3-0-billion-in-2020-to-usd-39-7-billion-by-2025–at-a-compound-annual-growth-rate-cagr-of-67-3-301058443.html

[5] https://www.marketdataforecast.com/market-reports/blockchain-market

[6] https://www.researchandmarkets.com/reports/4582039/blockchain-technology-market-size-share-and

[7] https://www.marketresearchfuture.com/reports/block-chain-technology-market-1708

[8] https://www.alliedmarketresearch.com/blockchain-distributed-ledger-market

Il Reddito Medio Disponibile Pro-Capite in Italia

Cresce con l’occupazione e la diseguaglianza

Di seguito vengono ad essere analizzate talune determinanti del reddito medio disponibile pro-capite in Italia. I dati analizzati fanno riferimento alle 20 regioni italiane raccolte nel database ISTAT-BES nel periodo 2004-2019. I dati sono stati analizzati attraverso l’utilizzo dei panel data con effetti fissi e con effetti variabili.

 

Di seguito vengono ad essere analizzate talune determinanti del reddito medio disponibile pro-capite in Italia. I dati analizzati fanno riferimento alle 20 regioni italiane raccolte nel database ISTAT-BES nel periodo 2004-2019. I dati sono stati analizzati attraverso l’utilizzo dei panel data con effetti fissi e con effetti variabili.

Il reddito medio disponibile è definito come “Rapporto tra il reddito disponibile delle famiglie e il numero totale di persone residenti (in euro)”. Il reddito medio disponibile è positivamente associato alle variabili seguenti ovvero:

  • Tasso di occupazione (20-64 anni): è definito come la percentuale di occupati di 20-64 anni sulla popolazione di 20-64 anni. Occorre considerare che il tasso di occupazione tende ad essere positivamente al reddito medio disponibile. Tale relazione positiva risulta essere sostanzialmente banale, in quanto certamente la crescita del tasso di occupazione chiaramente comporta una crescita del valore aggiunto, ovvero del PIL pro-capite e quindi del reddito disponibile. Occorre considerare che tuttavia il reddito disponibile è tale a seguito delle imposte. Pertanto, non è automatico che il tasso di occupazione possa essere sempre associato positivamente al reddito medio disponibile in quanto occorre prendere in considerazione anche le imposte. In questo senso occorre considerare che RedditoMedioDisponibile=Reddito-Imposte. Pertanto, occorre considerare che la variazione del reddito prodotto dalla crescita del tasso di occupazione ovvero ∆Reddito/∆TassoDiOccupazione>∆Imposte/∆Reddito. Occorre quindi essere attenti affinché la crescita dell’occupazione nella sua capacità di indurre ad una crescita del reddito sia comunque superiore alla crescita delle imposte indotta dalla crescita del reddito.
  • Occupati sovra-istruiti: sono definiti dall’Istat come “Percentuale di occupati che possiedono un titolo di studio superiore a quello maggiormente posseduto per svolgere quella professione sul totale degli occupati”. Esiste quindi una relazione positiva tra gli occupati sovra-istruiti ed il reddito medio-disponibile. Tale relazione positiva può essere intesa considerando che gli occupati sovra-istruiti, per quanto siano spesso sottopagati ed adibiti a delle attività non adeguate al loro titolo di studio, risultano comunque occupati e quindi produttori di reddito e di valore aggiunto. Gli occupati sovra-istruiti certamente soffrono per il fatto di essere impiegati in attività per le quali sono over-skillati e purtuttavia essi permangono come occupati e quindi ottengono redditi che sommati vanno ad incrementare il valore del reddito medio disponibile.
  • Tasso di infortuni mortali e inabilità permanente: è definita dall’Istat come “Numero di infortuni mortali e con inabilità permanente sul totale occupati al netto delle forze armate per 10.000”. Esiste una relazione positiva tra tasso di infortuni mortali ed inabilità permanente ed il valore del reddito medio disponibile. Tale relazione positiva può essere intesa considerando che gli infortuni in genere avvengono nell’interno di sistemi produttivi orientati all’industria, alle costruzioni ed all’agricoltura, che tendono, in ogni caso, e pure nella drammaticità delle condizioni di infortunio, ad dei livelli di occupazione elevati al netto delle tensioni all’automazione. Il tasso di infortuni mortali e le inabilità permanenti sono infatti caratteristiche dell’economia che punta sul settore primario e sul secondario, in modo particolare industria e costruzioni, dove comunque l’occupazione tende ad essere elevata con effetti positivi in termini di reddito medio disponibile.
  • Disuguaglianza del reddito disponibile: è definita dall’Istat comeRapporto fra il reddito equivalente totale ricevuto dal 20% della popolazione con il più alto reddito e quello ricevuto dal 20% della popolazione con il più basso reddito”. Esiste una relazione positiva tra il valore del reddito medio disponibile e la diseguaglianza del reddito disponibile. La crescita economica è quindi positivamente associata alla diseguaglianza dei redditi. Crescita e iniquità sono interconnessi nell’economia italiana al netto delle politiche economiche della redistribuzione. Certamente occorre considerare che la crescita del reddito, soprattutto quando il reddito viene considerato come media ed anche come valore pro-capite, non tiene veramente in considerazione le varie classi sociali. Ovviamente la tecnologia da un lato incrementa la capacità dei percettori di reddito elevato di incrementare ulteriormente il proprio reddito e dall’altro lato crea delle nuove diseguaglianze sia nell’accesso ai nuovi fattori produttivi digitali sia anche nell’acquisizione delle conoscenze necessarie per la generazione del reddito nell’economia digitale.
  • Bassa intensità lavorativa: è definita come la “Percentuale di persone di 0-59 anni che vivono in famiglie la cui intensità di lavoro è inferiore a 0,20. Incidenza di persone che vivono in famiglie dove le persone in età lavorativa tra i 18 e i 59 anni, con l’esclusione degli studenti 18-24 nell’anno precedente, hanno lavorato per meno del 20 per cento del loro potenziale con esclusione delle famiglie composte soltanto da minori, da studenti di età inferiore a 25 anni e da persone di 60 anni o più”. Esiste una relazione positiva tra la bassa intensità lavorativa ed il reddito medio disponibile. Ovviamente gli occupati di bassa intensità lavorativa pure se parzialmente occupati in ogni caso generano un reddito. Occorre considerare che effettivamente la percentuale di lavoratori che hanno bassa intensità lavorativa sia anche lavoratori poveri, ovvero i working poors, tende ad essere crescente nelle nuove fragilità prodotte dalla tecnologica e dall’economia della conoscenza. La bassa intensità lavorativa chiaramente è il sintomo

Conclusioni. Occorre considerare che la crescita del reddito medio disponibile è quindi positivamente associata all’occupazione ed anche ai lavoratori a bassa intensità lavorativa. Tuttavia, tale relazione porta anche alla dimensione della diseguaglianza. E ritorna allora la relazione tra reddito e diseguaglianza, come se non fosse possibile generare reddito senza in un qualche modo produrre diseguaglianza. Ebbene se questa condizione può certamente essere tipica del mercato essa deve pure trovare il limite delle politiche economiche della redistribuzione. Occorre che lo Stato intervenga laddove effettivamente la crescita crea diseguaglianza, povertà, e soprattutto l’ampio scenario delle forme differenziate della fragilità finanziaria. L’insieme della rivoluzione tecnologia, della precarizzazione, e della globalizzazione tende a creare delle condizioni dove la crescita economica è positivamente associata alla diseguaglianza e offre la possibilità di una nuova centralità per  le politiche economiche della redistribuzione.

 

Il Part-Time Involontario in Italia

Cresce con il reddito pro-capite, la disponibilità al lavoro, e la deprivazione materiale.

 

Di seguito vengono ad essere analizzate alcune delle determinanti del part time involontario. I dati che vengono utilizzati fanno riferimento al rapporto ISTAT-BES per le 20 regioni italiane nel periodo 2004-2019. I dati sono stati analizzati con l’utilizzo dei modelli panel data con effetti fissi e panel data con effetti causali.

Il part time involontario è definito come “la percentuale di occupati che dichiarano di svolgere un lavoro a tempo parziale perché non ne hanno trovato uno a tempo pieno sul totale degli occupati”. Il part time involontario è associato positivamente al:

  • Tasso di mancata partecipazione al mercato del lavoro: è definito comePercentuale di disoccupati di 15-74 anni + forze di lavoro potenziali di 15-74 anni che non cercano lavoro nelle 4 settimane ma sono disponibili a lavorare sul totale delle forze di lavoro 15-74 anni + forze di lavoro potenziali 15-74 anni che non cercano lavoro nelle 4 settimane ma sono disponibili a lavorare”. Esiste una relazione positiva tra il tasso di mancata partecipazione al mercato del lavoro ed il part time involontario. Entrambi i fenomeni in realtà manifestano la presenza di un mercato del lavoro caratterizzato dalla presenza di una offerta del lavoro strutturalmente elevata rispetto alla domanda di lavoro.
  • Reddito medio disponibile pro capite: è definito come “Il rapporto tra il reddito disponibile delle famiglie e il numero totale di persone residenti (in euro). La presenza di una relazione positiva tra il reddito medio disponibile pro-capite ed il part time involontario potrebbe sembrare un fatto controfattuale. Tuttavia, occorre considerare che nelle economie che funzionano, ovvero che hanno dei redditi pro-capite elevati, è assai probabile che il mercato del lavoro offra l’opzione del part time involontario come scelta alternativa alla disoccupazione. Infatti, nelle economie a reddito basso l’opzione del part time involontario potrebbe essere ridotta ed il mercato potrebbe offrire ai lavoratori l’unica opzione della disoccupazione. Al crescere del reddito pro-capite allora cresce anche il part-time involontario che in questo senso può essere considerato anche come una particolare capacità del mercato del lavoro di offrire delle alternative alla contrapposizione tra occupati e disoccupati.
  • Grave deprivazione materiale: è definita come la Percentuale di persone che vivono in famiglie con almeno 4 di 9 problemi considerati sul totale delle persone residenti. I problemi considerati sono: i) non poter sostenere spese impreviste di 800 euro; ii) non potersi permettere una settimana di ferie all’anno lontano da casa; iii) avere arretrati per il mutuo, l’affitto, le bollette o per altri debiti come per es. gli acquisti a rate; iv) non potersi permettere un pasto adeguato ogni due giorni, cioè con proteine della carne o del pesce (o equivalente vegetariano); v) non poter riscaldare adeguatamente l’abitazione; non potersi permettere: vi) una lavatrice; vii) un televisore a colori; viii) un telefono; ix) un’automobile”. Ovviamente tale condizione è associata alla presenza di part time involontario. Infatti, il part-time involontario costituisce comunque una riduzione del reddito disponibile dei lavoratori e può indurre, nel caso di prolungamento significativo, una riduzione strutturale del reddito del lavoro. Infatti, i lavoratori che sperimentano delle fasi di discontinuità lavorativa in realtà subiscono dei danni permanenti sotto il punto di vista delle prospettive del lavoro, del reddito futuro e della complessiva capacità di avere risparmi, consumi ed una pensione adeguata nel futuro. La grave deprivazione materiale in realtà è una delle “nuove dimensioni della povertà” che sempre di più caratterizza la presenza dei “working poors” ovvero dei lavoratori poveri, cioè di quelle persone che pure lavorando, ovvero risultando occupate, hanno redditi bassi, e quindi sperimentano forme di povertà e fragilità finanziaria.

Il part time involontario è associato negativamente alla

  • Grande difficoltà economica: è definita come la quota di persone in famiglie che alla domanda “Tenendo conto di tutti i redditi disponibili, come riesce la Sua famiglia ad arrivare alla fine del mese?” scelgono la modalità di risposta “Con grande difficolta”. Esiste una relazione negativa tra grave deprivazione economica ed il valore del part-time involontario. Tale condizione può essere meglio intesa considerando che la grande difficoltà economica risulta essere connessa ad un mercato del lavoro ampiamente inefficiente, ad una economia con redditi bassi, ovvero ad una struttura economica che non è in grado di offrire delle alternative all’occupazione che siano diverse dalla disoccupazione come accade per esempio nel caso del lavoro part time.

Conclusioni.  In sintesi occorre considerare che il part time involontario per quanto possa essere considerato certamente come un fenomeno negativo nell’interno dell’esistenza lavorativa di un occupato, è purtuttavia la manifestazione dell’esistenza di un mercato del lavoro che risulta essere in un qualche modo efficiente. Infatti nei mercati del lavoro a bassa efficienza il lavoratore occupato non ha possibilità di scegliere delle alternative alla disoccupazione come è invece il part- time involontario. Occorre tuttavia che queste forme di lavoro siano meglio organizzate ed assistite finanziariamente anche con degli interventi di politiche economiche del lavoro per evitare che diventino delle forme strutturali che possano incidere negativamente sulle prospettive future del reddito dei lavoratori andando a ridurre strutturalmente la capacità reddituale, la capacità di risparmio e soprattutto le prospettive pensionistiche.

 

Dr. Angelo Leogrande, Doctor of Economics 

 

 

Gli Occupati Sovra-istruiti in Italia

Diminuiscono alla crescita della prossimità tra domanda ed offerta del lavoro

 

L’Istat nell’interno dell’analisi del BES-Benessere Equo Sostenibile calcola il valore degli occupati sovra-istruiti nell’economia italiana. Di seguito vengono ad essere proposte delle regressioni con metodo panel per verificare le relazioni esistenti tra il numero di lavoratori sovra-istruiti ed alcune variabili rappresentative del mercato del lavoro italiano. I dati fanno riferimento alle 20 regioni italiane nel periodo 2004-2019. Gli occupati sovra-istruiti sono indicati come “Percentuale di occupati che possiedono un titolo di studio superiore a quello maggiormente posseduto per svolgere quella professione sul totale degli occupati[1]. Il valore degli occupati sovra-istruiti presenti nell’economia italiana risulta essere associato positivamente a:

  • Tasso di infortuni mortali e inabilità permanente: è calcolato come il “Numero di infortuni mortali e con inabilità permanente sul totale occupati (al netto delle forze armate) per 10.000”. Il numero dei lavoratori sovra-istruiti cresce con il numero degli infortuni mortali e inabilità permanente. In genere questi infortuni avvengono nell’interno di industrie ed organizzazioni produttive che sono o del settore primario come, per esempio, nell’agricoltura e nelle attività minerarie, oppure nell’industria pesante e nelle costruzioni. Tali settori di attività economica, ovvero il settore primario ed il settore delle industrie pesanti e delle costruzioni sono effettivamente caratterizzati da tassi di scolarizzazione bassi. In questi casi anche le persone che hanno una laurea possono essere considerate come dei lavoratori sovra istruiti.
  • Grande difficoltà economica: la grande difficoltà economica è costituita dalla quota di persone in famiglie che alla domanda “Tenendo conto di tutti i redditi disponibili, come riesce la Sua famiglia ad arrivare alla fine del mese?” scelgono la modalità di risposta “Con grande difficoltà”. Esiste una relazione positiva tra il valore delle persone che vivono una grande difficoltà economica ed il valore delle persone che sono sovra istruiti. Infatti, l’aumento della grande difficoltà economica è associato ad un mercato del lavoro che è sostanzialmente inefficiente ed incapace di produrre dei posti di lavoro adeguati per il sostentamento della popolazione. Tale condizione ovviamente porta a delle “misallocations” che si possono manifestare anche come accettazione da parte di lavoratori sovra-istruiti di lavori sostanzialmente squalificanti.

Il valore degli occupati sovra-istruiti presenti nell’economia italiana è negativamente associato alle variabili indicate di seguito:

  • Tasso di mancata partecipazione al lavoro: è indicato come il “Rapporto tra la somma di disoccupati e inattivi ‘disponibili’ ovvero persone che non hanno cercato lavoro nelle ultime 4 settimane ma sono disponibili a lavorare, e la somma di forze lavoro ovvero insieme di occupati e disoccupati e inattivi ‘disponibili’, riferito alla popolazione tra 15 e 74 anni”. La mancata partecipazione al lavoro in realtà manifesta la presenza di un certo dinamismo nell’interno del mercato del lavoro, in quanto si tratta di lavoratori che sono disponibili a lavorare anche se non hanno trovato effettivamente lavoro. Tale attivismo nei confronti del lavoro porta ad una forza lavoro che è più orientata a soddisfare le esigenze dell’offerta senza eccessi nell’acquisizione delle skills. La prossimità, la tendenziale corrispondenza tra domanda di lavoro e offerta di lavoro risulta è in grado di creare una forza lavoro maggiormente orientate alle necessità della produzione.
  • Occupati in lavori a termine da almeno 5 anni: è costituito dalla “Percentuale di dipendenti a tempo determinato e collaboratori che hanno iniziato l’attuale lavoro da almeno 5 anni sul totale dei dipendenti a tempo determinato e collaboratori”. Tali lavoratori pure essendo a termine risultano essere inseriti nel contesto del lavoro e pertanto non hanno la necessità di acquisire ulteriori competenze professionali per poter effettivamente svolgere l’attività lavorativa. Ne deriva, anche in questo caso, che alla crescita della prossimità del lavoratore nei confronti del mercato del lavoro, viene ad essere ridotto il valore dell’over-skilling.
  • Reddito medio disponibile pro-capite: è il rapporto tra il reddito disponibile delle famiglie ed il numero totale delle persone residenti. I valori sono in euro. La crescita del reddito pro-capite è associata negativamente alla crescita del numero degli occupati sovra-istruiti. Tale relazione può essere meglio compresa considerando che il reddito medio disponibile pro-capite tende a crescere con la crescita dell’occupazione. Se cresce l’occupazione nella popolazione allora vuol dire che i lavoratori sono liberi dalla necessità di acquisire delle super-skills per poter accedere al mercato del lavoro ed al reddito.

Conclusioni. In sintesi, è possibile verificare come la presenza dei lavoratori sovra-istruiti è associata alla presenza di settori di attività economica che sono sostanzialmente legati all’economia del settore primario, dell’industria pesante e delle costruzioni o a condizioni di grande difficoltà economica. Ovvero la presenza di lavoratori over-skillati tende a crescere in presenza di redditi bassi e di economie a grado di innovazione tecnologico ridotto con un basso orientamento nei confronti dei servizi. Infatti, nel settore dei servizi è assai più improbabile che siano presenti dei lavoratori over-skillati ed ovviamente in questo caso i redditi tendono ad essere crescenti. Invece, al contrario, il numero dei lavoratori over-skillati tende a diminuire quanto l’offerta e la domanda di lavoro sono caratterizzati da prossimità. Ovvero se il mercato del lavoro sia dal lato dell’offerta che della domanda manifesta un certo attivismo, pure in presenza di disoccupazione e di lavori a termine è possibile che i lavoratori siano maggiormente orientati al lavoro remunerato piuttosto che all’acquisizione di skills che magari avranno delle difficoltà ad utilizzare nell’interno del mercato del lavoro. Pertanto per vincere la piaga dell’over-skilling che provoca molte sofferenze ai lavoratori in termini di frustrazione e che pure rappresenta uno spreco di risorse e di capitale umano è necessario che la politica economica orienti l’economia nei confronti dei servizi, che riduca la povertà e che la domanda e l’offerta di lavoro siano caratterizzate da maggiore prossimità nella varietà delle forme di lavoro e pure nella presenza di attivismo da parte dei lavoratori anche se disoccupati.

[1] https://www.istat.it/it/files/2018/12/BES2018-cap-03.pdf