Occupati in imprese di proprietà straniera nell’UE

La percentuale di occupati di un paese che operano presso imprese di proprietà estera è molto ampia in Europa e pari in media a circa il 18,9%. Ne deriva che effettivamente di ogni 100 occupati per 19 lavorano presso aziende di proprietà estera. Il dato è quindi un segnale molto importante dell’integrazione economica. Tuttavia è chiaro che per i paesi di piccoli dimensioni oppure per i newcomers dell’Unione Europea la percentuale di occupati presso imprese di proprietà estera tende ad essere molto ampia. Inoltre alcuni paesi hanno dei vantaggi fiscali molto convenienti per le imprese straniere. I sovranisti sono preoccupati dalle imprese di proprietà straniera. Essi temono chiusure improvvise degli stabilimenti, crescita della disoccupazione involontaria, e i costi istituzionali di eventuali crisi produttive. Le imprese straniere possono mettere in crisi le politiche economiche dei governi. Tuttavia, in caso di investimenti bassi, e di mancato utilizzo del capitale umano presente, in presenza di inefficienza della classe imprenditoriale, l’investimento estero nei paesi europei diventa un elemento essenziale sia per l’occupazione ed anche per la conoscenza. Infatti un paese può imparare come produrre certi beni e servizi attraverso l’emulazione e l’imitazione disponibili in caso di impianto di imprese provenienti dall’estero. La presenza di imprese estere è quindi anche un elemento di crescita del know how.

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Le importazioni in Europa

Il valore delle importazioni è cresciuto in media del 5,7% in Europa nel periodo considerato. Tuttavia vi sono alcuni paesi per i quali il valore delle importazioni come percentuale del PIL è diminuito ovvero Estonia -0,4; Malta con -4,2%; Bulgaria con un valore pari a -7,6% e Albania con un ammontare pari a -9,5%. La crescita delle importazioni è un elemento che fa parte della globalizzazione economica. La maggior parte degli scambi commerciali dei paesi europei avviene comunque nell’interno dell’UE. Si comprende quindi il valore dell’Unione Europa come regione di scambi commerciali per i paesi membri. La crescita delle importazioni tuttavia può essere anche il segnale della specializzazione produttiva seguita dai paesi europei. Tuttavia l’anti-europeismo e l’euro-scetticismo potrebbero ridurre il valore delle importazioni senza incrementare la capacità produttiva nazionale.

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Gli esportatori netti in Europa

Conclusioni. Nel periodo tra il 2009 ed il 2018 la maggior parte dei paesi europei hanno visto crescere l’ammontare delle esportazioni rispetto alle importazioni. In modo particolare la Grecia ha visto l’indice esportazioni/importazioni crescere di 0,33 unità nel periodo considerato, la Macedonia di 0,23, il Portogallo e la Serbia di un valore pari a 0,20 unità. Tuttavia vi sono anche dei paesi che hanno cambiato il proprio posizionamento nel mercato internazionale diventando importatori da esportatori come per esempio nel caso dell’Austria che ha visto ridurre il valore delle esportazioni rispetto alle importazioni di 0,01 unità, seguita dal Belgio con -0,02 unità, dall’Estonia con -0,04 unità, dalla Svezia con -0,07 unità e dalla Norvegia con un valore pari a -0,24. Tuttavia il fatto che un paese sia esportatore netto o importatore netto non è sufficiente a garantire il fatto di essere attraversato da un processo di crescita economica. Invece è assai importante considerare che la maggior parte dei paesi europei sono esportatori netti e che tuttavia la maggior parte delle esportazioni avviene comunque nel novero della medesima Unione Europea.

Pertanto in una evoluzione successiva della contabilità europea che porti alla fondazione di un vero e proprio Stato Europeo tali attività non verrebbero considerate come delle esportazioni. Il dato inoltre è meramente quantitativo e non dice nulla sulla tipologia dei beni e dei servizi importati e esportati. Tuttavia è probabile, data l’evoluzione del sistema industriale interazionale che si venga a creare un mercato delle esportazioni dei servizi sul modello svizzero piuttosto che un mercato delle esportazioni dei prodotti industriali tipo tedesco. Infatti la manifattura europea soffre la competizione internazionale e lo spostamento nel settore dei servizi diventa un elemento essenziale per garantire competitività nel contesto della globalizzazione anche alla luce della trade war sino-americana.

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La produttività dell’industria in Europa

L’andamento della produttività dell’industria è un elemento essenziale per comprendere la competitività dei paesi europei. L’elenco dei paesi che hanno visto ridurre l’andamento della produttività dell’industria è indicato di seguito: Regno Unito -1, Bulgaria -1, Croazia -2; Serbia -2, Repubblica Ceca -3, Germania -5, Norvegia -7, Portogallo -8. La riduzione della produttività dell’industria può essere un segnale sia del cambiamento dell’economia nel suo complesso, sempre più orientata nei confronti dei servizi, sia della inefficienza dei nuovi sistemi produttivi. In modo particolare è assai evidente la perdita della produttività dell’industria in Germania, la nazione che ha “inventato” il programma dell’industria 4.0 per mettere insieme le tecnologie informatiche con i sistemi industriali mediante il mix di automazione ed intelligenza artificiale. Tuttavia nel periodo considerato il valore medio della produttività dell’industria in Europa è cresciuto di un valore pari a circa 0,9. Però a guardare i dati appare evidente che i paesi che hanno visto crescere la produttività sono appartenenti a due categorie: i new comers ed i paesi di piccola dimensione. I paesi di grandi dimensioni invece hanno tassi bassi di crescita della produttività se non addirittura negativi. Il settore dell’industria tende ad essere sempre di più marginale e quindi non più rappresentativa dell’andamento del prodotto interno lordo. Ne deriva che sempre più per individuare una grandezza rappresentativa del PIL è necessario fare riferimento al settore dei servizi piuttosto che al settore dell’industria.

 

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L’industria del tessile in Europa

Complessivamente il valore della produzione nel settore tessile in milioni di euro è diminuito in Europa nel periodo tra il 2008 ed il 2016. Vi sono alcuni paesi che sono “winners” ovvero che hanno visto crescere il valore della produzione dell’industria tessile nel periodo tra il 2008 ed il 2016 come per esempio la Polonia che ha segnato un +861,8 milioni di euro e il Portogallo con un valore pari a 626,3 milioni i euro. Tuttavia i losers hanno dei valori molto significati per esempio la Francia ha perso 1,6 miliardi di euro e l’Italia 3,92 miliardi di euro nello stesso periodo. Nel complesso i winners hanno ottenuto una crescita di 3,1 miliardi mentre i paesi losers hanno perso circa 8,36 miliardi di euro. Il settore nel suo insieme ha perso circa 5 miliardi di euro.

La crisi del tessile in Europa è molto grave soprattutto perché ha riguardato dei paesi tradizionalmente orientati al settore della moda come l’Italia e la Francia. Certamente le aziende hanno avuto difficoltà a fronteggiare sia l’aggressività dei newcomers come per esempio Romania, Estonia, Slovacchia e Bulgaria sia a sostenere la specializzazione dei mercati prodotta dalla globalizzazione. Il settore vive una crisi strutturale che probabilmente porterà alla distruzione prima del valore aggiunto e poi del know-how connesso. Tuttavia in queste circostanze le politiche economiche sembrano prive di capacità operativa, per il fatto che la concorrenza internazionale può essere battuta solo attraverso dei dazi che ricadrebbero sui contribuenti-consumatori e che in ogni caso mancherebbero di fare recuperare efficienza produttiva alle imprese.

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L’industria alimentare in Europa

L’industria alimentare europea ha un andamento positivo. Il valore della produzione è cresciuto nei vari paesi con alcune rare eccezioni ovvero: Repubblica Ceca -10,00%; Croazia -14% e Lettonia -3%. Negli altri paesi considerati il valore della produzione dell’industria alimentare è cresciuto in media del 12,20%. Chiaramente è un bene che l’industria alimentare europea sia in crescita. Tuttavia occorre anche considerare quelli che sono gli andamenti strategici del settore industriale in Europa. Infatti dinanzi ad una Europa che arranca nei settori tecnologicamente avanzati e che ha una crisi della produzione industriale complessiva, il dato positivo della produzione alimentare è una magra consolazione. Per quanto vi siano certamente delle connessioni importanti tra settore biotecnologico, agricoltura ed industria alimentare e per quanto questo possa avere anche degli effetti di spillover logistico e della grande distribuzione, rimane comunque la questione industriale europea. E’ probabile che l’investimento nel settore alimentare ed agro-industriale sia considerato come un investimento sicuro. Tuttavia occorre fare in modo che gli investimenti industriali siano rivolti anche nei confronti delle tecnologie nuove. Bene quindi la crescita di valore prodotto dall’industria alimentare anche se il policy maker dovrebbe tenere in considerazione la riduzione degli investimenti nei settori rischiosi ed essere scettico sulla crescita prodotta da settori tradizionali.

 

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L’industria della gomma e della plastica in Europa

Il valore della produzione dell’industria della gomma e della plastica in Europa è cresciuto nel periodo tra il 2008 ed il 2016 di circa 20 miliardi di euro. Tra i maggiori winners del mercato ci sono la Germania con un valore pari a 13.438,70 milioni di euro, seguita dalla Polonia che nel periodo considerato ha visto crescere la produzione di circa 6 miliardi di euro e dall’Italia che ha incrementato la produzione di 2,8 miliardi di euro. Tuttavia nel mercato vi sono anche dei losers tra i quali spiccano la Spagna con -1,9 miliardi di euro e la Francia con un valore pari a -7,8 miliardi di euro. Il mercato della produzione della plastica e della gomma è quindi cresciuto in Europa. Si tratta certamente di un fatto positivo a livello economico. Tuttavia alcuni dubbi possono essere avanzati circa la capacità del settore di essere compatibile con l’economia circolare e la sostenibilità ambientale.

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L’industria high tech in Europa

Il numero delle imprese high tech è diminuito in Europa. Nel 2008 erano presenti in Europa circa 99.005 imprese ad alta tecnologia. Nel 2016 il numero delle imprese ad alta tecnologia erano pari a 49.037: una perdita di 49.968 unità pari a -50,47%. Ovvero tra il 2008 ed il 2016 l’Europa ha perso 1 imprese high tech su 2. Slovacchia e Lettonia sono gli unici due paesi che hanno visto crescere il numero delle imprese ad alta tecnologia con un valore di +259,8% e +88,3% rispettivamente. La perdita delle imprese di alta tecnologia è un fatto molto grave in quanto riduce la capacità competitiva dei paesi europei. La riduzione del numero delle imprese di alta tecnologia è una conseguenza della crisi finanziaria. Tuttavia è necessario sottolineare che i paesi europei hanno posto in essere delle politiche economiche assolutamente prive di efficienza. Infatti nonostante i vari finanziamenti europei per le imprese high tech comunque l’impatto è stato basso con riferimento all’anagrafica delle attività economiche. Inoltre il dato mostra anche un certo fallimento del fenomeno start up. Le start up infatti dovevano innovare il sistema imprenditoriale europeo proprio attraverso l’implementazione di imprese ad alta tecnologia. Tuttavia anche il fenomeno delle start up ha avuto un impatto nullo nell’incrementare il numero delle imprese ad alta tecnologia. Dinanzi al fallimento delle politiche economiche comunitarie ed anche del fenomeno delle start up, forse occorre concludere che l’Europa ha perso la capacità di essere un ambiente favorevole alle imprese ad alta tecnologia. La quale circostanza è molto grave in quanto uno degli outputs della società della conoscenza, e della knowledge economy, avrebbe dovuto essere appunto la crescita delle imprese high tech. Occorre quindi modificare le politiche economiche europee agendo sia sul lato finanziario aumentando gli investimenti nei confronti delle imprese innovative, sia sul lato culturale creando l’ambiente adeguato alla proliferazione e alla prosperità delle imprese high tech in Europa.

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Le società quotate nei mercati finanziari

Il numero delle società quotate è cresciuto a livello globale. La crescita è avvenuta anche in paesi, come per esempio il Giappone, caratterizzate dalla centralità del sistema bancario. La letteratura economico-finanziaria distingue tra paesi che sono banco-centrici, ovvero fondati sul sistema bancario per il finanziamento alle imprese, e paesi che sono mercato-centrici ovvero che utilizzano i mercati finanziari per finanziare le società. La tradizione banco-centrica è tipica di alcune economie nazionali come per esempio la Germania, l’Italia e il Giappone, mentre la tradizione dei mercati finanziari tende ad essere connessa all’economia dei paesi anglosassoni. Tuttavia lo sviluppo della globalizzazione sembra avere modificato le tradizionali distinzioni tra i vari paesi e si assiste quindi a sistemi bipolari ovvero caratterizzati dalla compresenza di centralità bancaria e crescita dei mercati finanziari come accade per esempio nel caso del Giappone. Chiaramente l’orientamento ai mercati finanziari crea degli elementi di volatilità ed incertezza che risultano essere mancanti nei sistemi banco-centrici. Tuttavia è pure vero che i sistemi banco-centrici potrebbero essere caratterizzati da un sostanziale sotto-investimento nei confronti delle innovazioni tecnologiche e finanziari. Il tema dell’innovazione sembra infatti appannaggio esclusivo del mercato finanziario, mentre il sistema bancario appare assolutamente privo di capacità valutativa. Il caso delle start up è un esempio lampante dell’incapacità del sistema bancario di valutare le innovazioni tecnologiche: le start up infatti vengono finanziate assai più facilmente nel mercato finanziario rispetto al sistema bancario.

 

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La fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati in Europa

Il valore della produzione dell’industria del coke e dei prodotti petroliferi raffinati è diminuito in Europa nel periodo considerato. In modo particolare nel mercato considerato non vi sono winners. I paesi sono tutti losers, ovvero dei paesi che hanno visto ridurre il valore della produzione dell’industria del coke e dei prodotti petroliferi raffinati nel periodo tra il 2008 ed il 2016. I paesi che hanno visto ridurre il valore della produzione del coke e dei prodotti petroliferi raffinati in misura determinati sono l’Italia con un valore pari a 17.760 milioni di euro, la Germania con un valore pari a -33.074 milioni di euro e la Francia con un valore pari a -34.589 milioni di euro. In modo particolare la riduzione del valore della produzione del coke e dei prodotti petroliferi raffinati è chiaramente in linea con le necessità di orientamento dell’economia in una dimensione green e sostenibile. Pertanto, anche se nel periodo considerato sono stati persi quasi 100 miliardi di euro, la riduzione del valore del settore è un elemento che va nel senso della trasformazione dell’economia industriale europea in una dimensione ambientalista, come richiesto dai trattati internazionali e dalla responsabilità della governance politico-economica.

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