Il reddito prodotto dalla cultura in Europa

l valore aggiunto prodotto nel settore della cultura sembra essere sostanzialmente indipendente rispetto alla presenza di beni artistici-architettonici e sembra invece assai più legata alla questione della capacità delle società di organizzare le attività economiche in senso efficiente. Se la dotazione di beni artistici ed architettonici avesse un qualche rilievo nella determinazione del valore aggiunto prodotto dalla cultura allora l’Italia, la Grecia e la Spagna sarebbero ai primi posti delle classifiche. Invece la produzione di valore aggiunto nel settore della cultura, ed anche in altri settori, dipende sostanzialmente dalla capacità organizzativa degli imprenditori i quali siano in grado di organizzare i fattori della produzione ovvero il capitale umano, il capitale finanziario e la tecnologia. Certo taluni paesi hanno un capitale artistico da aggiungere nell’equazione che dovrebbe incrementare per lo meno il reddito potenziale. Ed invece, le classifiche mostrano che nella produzione di reddito la dimensione del patrimonio, dell’eredità del passato, conta in misura ridotta. Il reddito dipende dai fattori organizzativi ed istituzionali, da fattori sociali e finanziari, e solo in parte dalla dotazione patrimoniale del passato. Occorre pertanto rilanciare la formazione del capitale umano per creare imprenditori della cultura che sappiano mediare tra l’ottimizzazione della dotazione patrimoniale, l’efficienza del capitale umano impiegato ed il capitale sociale.

Si possono pertanto analizzare i vincitori ed i perdenti ovvero i “winners and losers” nel settore della produzione di valore aggiunto dalla cultura. Vengono considerati vincenti i paesi che hanno un tasso di variazione del prodotto interno lordo proveniente dalla cultura positivo tra il 2010 ed il 2015. I paesi winners sono:

  • il Regno Unito con una variazione percentuale del prodotto interno lordo derivante dalla cultura pari ad un valore del 40,84%,
  • la Slovacchia con una variazione pari ad un valore del 10,15%;
  • la Svezia con un valore pari al 9,62%;
  • l’Austria con un valore pari a 1,94%.

I paesi losers sono:

  • Belgio con un valore pari a -0,6%;
  • Germania con un valore pari a -1,66%;
  • Romania con una variazione del tasso di crescita del prodotto interno lordo derivante dalla cultura pari ad un ammontare del 3,31%;
  • Polonia con una variazione pari a 6,38%;
  • Slovenia con un valore pari a -6,48%;
  • Ungheria con un valore pari a 9,19%;
  • Portogallo con un valore pari a -14,77%
  • Italia con un valore pari al -14,77%.

Tuttavia in valore assoluto il PIL proveniente dalla cultura per i paesi analizzati è cresciuto di un ammontare pari a 23.872,52 milioni di euro. Le politiche economiche della cultura possono essere un driver per incrementare il PIL dei paesi. I policy makers possono incrementare il valore aggiunto prodotto dalla cultura attraverso l’azione sulla formazione del capitale umano per implementare le competenze professionali di carattere imprenditoriale in grado di sostenere gli investimenti e l’organizzazione aziendale rivolta alla produzione di valore aggiunto.

 

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Le imprese operanti nella stampa e riproduzione di supporti registrati in Europa

Il numero delle imprese operanti nel settore SRSR in Italia è diminuito tra il 2010 ed il 2016. Tuttavia occorre considerare anche la dimensione delle imprese. Secondo l’Eurostat l’87,9% delle imprese SRSR italiane nel 2016 era caratterizzato da imprese micro ovvero con un numero di dipendenti compreso tra 0 e 9. Il numero delle imprese di piccola e media dimensione ovvero con un numero di dipendenti compreso tra 10 e 249 è pari ad un valore del 12,00% ovvero pari a 18.28 unità. Il numero delle imprese con più di 250 dipendenti è pari a 14 unità ovvero pari allo 0,1%. Complessivamente occorre considerare che le imprese micro possono essere caratterizzate da una mancanza di requisiti di solidità patrimoniale e quindi essere destinate al fallimento certo in caso di ciclo economico avverso. Il novero delle imprese del settore SRSR di medie e grandi dimensioni è troppo limitato per poter essere in grado di resistere ad eventuali crisi di settore. Pertanto occorre che le organizzazioni di categoria possano procedere alla realizzazione di attività di Merger and Acquisitions oppure, in alternativa, di cooperazione, per incrementare il size medio delle imprese ed aumentare la resilienza dinanzi alle crisi.

 

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Indice della produzione industriale in Europa

L’indice della produzione industriale viene ad essere determinato su base trimestrale. Il fatto che l’indice della produzione industriale sia negativo nel terzo trimestre è assolutamente normale per la dimensione ciclica dell’andamento economico. Come appare evidente dall’analisi dei dati l’indice della produzione industriale è sempre negativo sia per la Francia per la Germania e per l’Italia. Anche se, la Germania ha saltato il punto negativo del terzo trimestre del 2017 pure avendo un trimestre negativo nel 2018. Invece come appare evidente nell’interno dei dati il trimestre di massima produzione industriale è in genere il quarto trimestre con tassi di crescita assoluti e percentuali molto ampi per i paesi analizzati. Inoltre è possibile verificare che il tasso di crescita dell’indice della produzione industriale tende ad avere una varianza molto alta con riferimento all’Italia e alla Francia mentre è molto meno intenso nella Germania.

 

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Il tasso di partecipazione ai percorsi formativi in Europa

Il tasso di formazione e istruzione indica la capacità della popolazione di sostenere dei processi di aggiornamento per acquisire nuove conoscenze e nuove tecnologie. E’ assai rilevante procedere alla crescita della capacità della popolazione di sostenere dei percorsi di crescita professionale e culturale in grado di sostenere sia il sistema produttivo, ma soprattutto per avere una vita piena. In effetti la tecnologia, pervasiva nell’interno del sistema produttivo, impedisce di avere accesso ad un benessere adeguato in mancanza di competenze e conoscenze le quali fanno sia riferimento alla dimensione delle hard skills, come per esempio esercitare professioni legate alla matematica e alla scienza, sia soft skills, ovvero la presenza di abilità di team building, leadership problem solving. La possibilità di vivere a pieno nella società richiede una crescita della capacità cognitiva nella popolazione soprattutto perché presto l’intelligenza artificiale potrebbe non soltanto avere un impatto nei processi economici, legati alle scelte operate nei mercati, ma anche agire come una forza la quale influenza il sistema politico. Le persone devono quindi essere pronte ad acquisire delle nuove competenze da utilizzare sia per l’esercizio professionale, per l’inserimento lavorativo, sia per la comprensione del mondo e la partecipazione politica.

 

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Il mercato del lavoro in Italia tra il 2004 e il 2018

Il mercato del lavoro è molto cambiato nel passaggio tra il governo Berlusconi III ed il governo Conte. I dati rappresentano una positiva crescita della partecipazione della popolazione alla forza lavoro, la crescita del numero degli occupati, la crescita del numero dei dipendenti siano essi a tempo determinato sia a tempo indeterminato. Tuttavia nell’interno della positività complessiva risultano alcuni elementi i quali sembrano essere in controtendenza, ovvero: l’alto tasso di disoccupazione, pari a circa il 10,8% calcolato come media mensile, e dall’altro lato la riduzione del numero dei lavoratori dipendenti che hanno perso circa 772 mila unità in 14 anni. L’andamento della disoccupazione è ancora molto alto, e certo dovrebbe tornare al livello pre-crisi e quindi attestarsi intorno al 6-7%. Tuttavia la riduzione della disoccupazione diventa difficile in presenta di una perdita della componente del lavoro indipendente che è una componente essenziale nell’interno della struttura economica italiana. Occorre pertanto incrementare le politiche economiche del lavoro rivolte nei confronti della imprenditorialità e del lavoro autonomo ed indipendente. Il rischio di avere un mondo del lavoro centrato nel lavoro dipendente, che in larga parte è legato al settore dei servizi, consiste nella difficoltà di far fronte alla disoccupazione tecnologica prodotta dall’intelligenza artificiale. Le politiche economiche del lavoro autonomo ed indipendente potrebbero consentire di rendere il mercato del lavoro resiliente rispetto all’andamento laboricida aggressivo dell’intelligenza artificiale.

 

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Il numero delle imprese attive in Europa

I dati mostrano evidentemente una crescita del numero delle imprese attive in Francia ed una riduzione del numero delle imprese attive sia in Italia sia in Germania. Occorre considerare inoltre che il numero delle imprese attive in realtà dovrebbe essere considerato per 1000 abitanti. Tuttavia anche il dato assoluto offre delle possibilità per fare talune considerazioni indicate di seguito.

  • Il numero delle imprese attive in Germania tende ad essere ridotto rispetto al numero delle imprese attive sia in Italia che in Francia. Poiché il reddito prodotto in Germania risulta essere elevato rispetto al PIL italiano e francese ne deriva che in media le imprese tedesche tendono ad essere molto più grandi rispetto alle imprese francesi ed italiane.
  • Il numero delle imprese attive in Italia si è ridotto in modo considerevole facendo segnare un -204 mila unità in 8 esercizi. L’Italia guida la classifica per numero delle imprese attive tuttavia si tratta di imprese medio-piccole, le quali possono avere delle serie difficoltà a superare le fasi avverse del ciclo economico.
  • Il numero delle imprese attive in Francia è cresciuto nel periodo considerato nonostante la crisi economico-finanziaria. Il sistema imprenditoriale francese risulta essere pertanto in crescita nonostante le avversità macroeconomiche. Le imprese francesi sembrano pertanto caratterizzate da una particolare resilienza che le consente di permanere in attività nonostante le depressioni e le recessioni.

Tuttavia la variabile analizzata presenta dei limiti. Essa deve essere posta in correlazione anche con la popolazione, il grado di istruzione, il livello degli investimenti e l’impatto nel prodotto interno lordo. Tuttavia il dinamismo delle imprese può essere considerato come un segno dell’operosità di una popolazione impegnata nella produzione di valore aggiunto.

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La redditività del capitale netto in Europa

I dati manifestano una evidente condizione di marginalità dell’Italia e della Francia rispetto alla Germania e soprattutto rispetto al Lussemburgo. Una impresa che dovesse investire 1 euro a parità di condizioni guadagnerebbe 49,16 centesimi in Germania, 15,56 centesimi in Francia e 13,36 centesimi in Italia. E’ chiaro che l’attrattività del paese Italia sotto il punto di vista della redditività del capitale netto è assente. Pesa la questione della tassazione sul reddito delle imprese non finanziarie. Per ridurre il divario tra i paesi europei è necessario introdurre dei meccanismi europei in grado di operare come degli strumenti di armonizzazione che possano consentire alle imprese di svolgere la propria attività con margini di redditività che siano più uniformi in Europa. Taluni paesi europei godono di un vantaggio fiscale che genera diseguaglianza e che quindi induce alla concentrazione delle imprese, come per esempio nel caso del Lussemburgo e della Germania. Altri paesi europei invece sono privi di vantaggi fiscali e fanno fatica a mettere insieme il capitale imprenditoriale necessario a sostenere una crescita economica di lungo periodo come accade per esempio per l’Italia ed anche per la Francia. Occorre allora ridurre le imposte sulle imprese affinché non vengano discriminati proprio quei paesi, come l’Italia, i quali necessitano di imprese per sostenere la crescita economica, la riduzione del debito pubblico e la coesione sociale.

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La crescita del prezzo delle case in Europa

L’andamento del prezzo delle case è essenziale per comprendere il valore della stabilità finanziaria di un paese. Il fatto che il prezzo delle case sia molto cresciuto in Islanda potrebbe essere la rappresentazione di una bolla di carattere immobiliare nell’interno del contesto della produzione di valore aggiunto di quel paese. Tuttavia, nella considerazione del 2015 come anno base si viene a creare un quadro europeo abbastanza stabile con addirittura l’Italia che ha un valore basso, inferiore al 100. Il prezzo delle abitazioni appare abbastanza stabile. La crisi finanziaria futura verrà da un settore diverso dal settore immobiliare.

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Il lavoro agrario in Europa

L’andamento del numero dei lavoratori impiegati in agricoltura tende ad essere abbastanza constante nonostante la crisi segnata nel 2010 e nel 2013. Nel complesso nel passaggio dal 2013 al 2016 il numero dei lavoratori impiegati in agricoltura è ritornato ai valori precedenti alla crisi finanziaria. Il settore agricolo pertanto continua ad occupare una parte della popolazione europea. In totale, secondo quanto indicato dell’Eurostat, il numero dei lavoratori impiegati nell’agricoltura è stato pari ad un valore di circa 11 milioni di persone in media tra il 2007 e il 2016. Occorre tuttavia considerare che le competenze necessarie per lavorare nel settore agricolo tendono ad essere mutevoli, per l’introduzione delle nuove tecnologie, per la smartizzazione dell’industria agricola, attraverso l’utilizzo ingente dell’informatica. Inoltre i prodotti agricoli tendono ad essere interessati da quel fenomeno biotecnologico che in parte li snatura rendendoli tuttavia più appetibili per il mercato. Il lavoratore agricolo deve quindi sempre di più conoscere le questioni biotecnologiche ed informatiche le quali accompagnano lo sviluppo della produzione agricola rispetto alle esigenze dell’industria agro-alimentare e della grande distribuzione.

 

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Le superfici agricole coltivate in Europa

Il valore delle superfici agricole utilizzate per ettaro in Europa risulta essere sostanzialmente invariato secondo i dati prodotti dall’Eurostat. In modo particolare, tuttavia, occorre considerare il combinato disposto della stabilità delle superfici agricole utilizzate e della riduzione del numero delle imprese agricole. Poiché l’ammontare delle superfici agricole utilizzate è sostanzialmente invariato ed il numero delle imprese agricole è diminuito, ne deriva che la dimensione media delle imprese agricole è aumentata. Il tasso di concentrazione delle imprese agricole risulta essere abbastanza preoccupante in quanto la proprietà terriera è uno dei fattori chiavi per definire la presenza di una diseguaglianza nell’interno della popolazione. In effetti la diseguaglianza cresce attraverso la crescita della concentrazione della proprietà terriera. Le imprese agricole sempre più concentrate acquisiscono potere e riescono ad ottenere anche dei finanziamenti considerevoli dagli enti pubblici grazie alle attività di lobbying. Del resto è stata anche l’Unione Europea a selezionare un size medio-grande per le imprese agricole nell’interno dei bandi per i finanziamenti. Ne deriva che il mercato agricolo risulta essere sempre più concentrato e diviene, in assenza di tassazione, un fattore determinante per la crescita della diseguaglianza. Il numero di ettari per impresa è infatti cresciuto dal 2005 al 2017 del 39% fino ad arrivare a 16,56 ettari. Le imprese agricole europee risultano essere sottoposte ad un processo di concentrazione che potrebbe essere richiesto anche dalla grande distribuzione e dall’agro-industria per ottenere dei prodotti che siano sempre più standardizzati e suscettibili di lavorazione e commercializzazione secondo le best practices.

 

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