La spesa dei paesi europei in sicurezza pubblica nel 2016

Il valore della spesa in ordine pubblico e sicurezza nell’interno dei Paesi dell’Unione tende ad essere decrescente. Essa si attesta mediamente, e con riferimento all’esercizio finanziario 2016, intorno all’1,7%. Tuttavia, la popolazione europea avverte una crescita del bisogno di sicurezza, che risulta essere un fenomeno di psicologia sociale privo di un reale riferimento statistico. Il numero degli omicidi è notevolmente diminuito nel corso degli ultimi 30-40 anni in tutti i Paesi, ed anche nelle aree che risultano essere tradizionalmente caratterizzate da fenomeni sociali cruenti ed efferati, ma la popolazione continua a sentirsi insicura. Fenomeni di massa come l’immigrazione, il fallimento del multiculturalismo, la difficoltà ad interesse delle relazioni istituzionali e sociali orientate al dialogo con il diverso ed il venir meno del comunitarismo nella sua triplice versione di sinistra, cattolico, e di destra, hanno comportato una crescita dell’insicurezza. Nel futuro l’Unione Europea potrebbe essere chiamata a rafforzare, per motivazioni meramente psicologiche, i processi di cooperazione degli enti di polizia, per offrire alla popolazione quel particolarissimo bene pubblico a carattere mediatico e cognitivo che è la sicurezza e l’ordine pubblico.

 

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Il ritorno degli Stati-nazione

I dati analizzati fanno riferimento ad una crescita della spesa pubblica in termini di prodotto interno lordo. La crescita è stata infatti assai significativa, innanzitutto per la Francia che ha visto crescere il valore della spesa pubblica in termini di PIL di un valore pari a 3,4 unità nel periodo tra il 2008 e il 2016. L’Italia nello stesso periodo ha accresciuto il valore del prodotto interno lordo in termini di PIL pari a 1,6 unità e la Germania pari a 0,6. La crescita della spesa pubblica manifesta la presenza di un protagonismo nuovo degli Stati. Gli Stati infatti cercano di avocare a sé, soprattutto nel seguito della crisi finanziaria del 2008, delle competenze anche tipicamente rivolte al mercato. Sembra lontano il dibattito dialettico tra “Stato e Mercato” che ha caratterizzato il pensiero economico del dopoguerra, e seppure nell’accettazione del ruolo strategico dei mercati, le classi politiche cercano di reintrodurre elementi dello Stato soprattutto con riferimento alla regolamentazione, nella forma delle Autorità in grado di esercitare in parte la giurisdizione.

Gli stati dunque, lungi dall’essere assorbiti dal “turbo-capitalismo liberista”, risultano essere tornati in campo nell’interno dello scenario economico anche se con compiti differenziati. Tuttavia grava la questione del debito degli stati, la quale circostanza impedisce al policy maker d’individuare il ruolo nuovo dell’ente pubblico nella globalizzazione post-veritaria e rende la produzione di beni pubblici, pure richiesti dalla popolazione, in condizione strutturale di sotto-generazione.

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La spesa per la difesa dei paesi europei nel 2016

Il valore della spesa per la difesa militare dei paesi europei tende ad essere abbastanza ridotto. In realtà la spesa per la difesa militare come percentuale del prodotto interno lordo potrebbe essere sottoposta ad una crescita in seguito al riassetto delle organizzazioni di difesa militare internazionale. In effetti la riduzione del ruolo della Nato potrebbe comportare l’insorgenza di un vero e proprio esercito europeo il quale possa operare sia con obiettivi di difesa sia nella partecipazione delle missioni internazionali promosse dall’ONU. Tuttavia è chiaro che la dotazione di strumenti di difesa militare per l’Unione Europea non può avvenire in sostituzione rispetto agli eserciti nazionali, se non nella misura in cui gli stati decidano, anche per il tramite della cooperazione rafforzata, di accedere a forme di cessione della sovranità in campo militare, in ogni caso reversibile.

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La riduzione delle spese generali degli Stati

Il valore delle spese generali rispetto all’ammontare del prodotto interno lordo è in realtà una misura del “costo della macchina amministrativa dello Stato”. Si tratta pertanto di spese per il funzionamento degli organi dello Stato nelle sue varie articolazioni nazionali, locali ed anche internazionali. La riduzione del costo della macchina amministrativa dello Stato è pertanto auspicabile soprattutto nell’interno della dimensione della politica economica orientata all’e-governance. Il fatto che i cittadini possono accedere ai servizi amministrativi in modo diretto grazie ai servizi online e all’amministrazione snella dovrebbe essere associato ad una riduzione del costo della voce indicata. In effetti per Francia, Italia e Germania, la riduzione della voce c’è stata; tuttavia, per alcuni Paesi, come per esempio la Grecia, il valore è ancora troppo elevato. I Greci spendono il 9% del PIL in spese generali del Governo (dati del 2016) con un impatto eccessivo. Pertanto occorre procedere ad una analisi quali-quantitativa della spesa pubblica e selezionare, soprattutto con riferimento ai Paesi indebitati, un assetto di spesa pubblica che sia in grado di impattare la popolazione come accade per esempio per i servizi sociali, per l’assistenza sociale, per l’istruzione.

 

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Economics And Financial News

Il cambiamento dell’equilibrio commerciale in alcuni paesi OCSE

Nel gioco a somma zero dell’economia internazionale i paesi devono scegliere se essere importatori oppure esportatori. Si tratta di una decisione rilevante, che richiede una riqualificazione complessiva sia del sistema produttivo, sia dei processi finanziari ed anche una analisi dei redditi disponibili per i lavoratori dopo aver pagato le tasse per procedere a sostenere il consumo. Tuttavia l’analisi delle importazioni e delle esportazioni richiede anche un ulteriore dettaglio: sarebbe infatti necessario considerare il valore delle importazioni e delle esportazioni al netto delle materie prime, soprattutto per quei paesi che vivono una dipendenza energetica molto significativa. Occorre quindi introdurre una ulteriore variabile nell’interno della contabilità nazionale per stralciare il valore dell’energia dalle importazioni e dalle esportazioni, in modo da valutare solo i prodotti e i servizi generati attraverso l’utilizzo dell’ingegno, della tecnologia, dell’organizzazione e del lavoro del capitale umano. Occorre pertanto comprendere che nell’interno della globalizzazione i paesi possono scegliere delle posizioni intermedie tra i quadranti indicati. Nel futuro, tuttavia, lo scenario potrebbe cambiare e la quarta rivoluzione industriale potrebbe comportare una riduzione dei valori dell’economia internazionale nel senso dello scambio dei beni con una crescita della percentuale dei servizi.Per quanto quindi a volte venga paventata una nuova “Trade war” che sia basata su dazi e imposte, in realtà si verifica che ogni paese persegue una propria strategia nell’ottimizzazione delle risorse disponibili e nella valorizzazione dei sistemi produttivi nazionali.Il commercio internazionale nel futuro sarà sempre più orientato al settore dei servizi. La quarta rivoluzione industriale è infatti volta alla modificazione complessiva del sistema di produzione delle imprese e tenderà sempre di più a rendere localizzata la produzione dei prodotti materiali e ad internazionalizzare l’economia dei servizi. Il settore industriale oggi guida le esportazioni. Tuttavia, nel futuro l’egemonia del settore dei servizi potrebbe essere rilevante sia per le economie interne sia per l’economia internazionale. L’industria manifatturiera tenderà a perdere sempre di più significato e verrà surclassata dai servizi anche nelle relazioni commerciali internazionali.

 

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La crescita delle esportazioni italiane tra il 2010 e il 2017

Nella definizione del prodotto interno lordo la crescita del PIL avviene con la somma delle esportazioni al netto delle importazioni. Tuttavia, nell’interno delle strategie di crescita economica occorre anche mettere in discussione la teoria economica pure rimando la validità della metodologia computazionale del prodotto interno lordo ai fini del calcolo della contabilità nazionale. Del resto, alcuni Paesi crescono con un aumento delle importazioni, come per esempio gli USA, ed altri Paesi crescono con l’aumento delle esportazioni, come per esempio l’Italia. Occorre allora considerare, nell’interno delle specificità dei singoli Paesi, quelle che sono le caratteristiche delle politiche economiche commerciali conseguite anche sulla base delle dotazioni di materie prime, capitale umano, capitale finanziario e tecnologia. L’attuale ordinamento dell’economia internazionale sembra avere destinato la produzione di beni e servizi all’economia asiatica, per quanto le attività significative nel senso della progettazione, e taluni prodotti di fascia alta e legati al lusso, vengano prodotti nel mondo occidentale. Tuttavia, al netto delle caratteristiche dell’economia della produzione di beni di lusso o di eccellenza che viene ad essere realizzata nell’interno dell’economia occidentale, la maggior parte della produzione di massa avviene nell’interno dell’economia asiatica. Occorre del resto considerare anche il costo dell’energia, che incide in modo specifico in un paese come l’Italia, privo di materie prime. Un qualche ruolo deve inoltre essere riconosciuto anche all’economia monetaria. In modo particolare, il valore elevato dell’euro consente da un lato di acquistare le commodities nell’interno del mercato internazionale e dall’altro lato, grazie alla bassa inflazione, consente di realizzare degli investimenti produttivi nell’interno dei settori tecnologici possibili anche grazie alla presenza di capitale umano qualificato a prezzi competitivi. Pertanto, contrariamente ai sostenitori dell’uscita dall’euro, i dati mostrano la crescita delle esportazioni in presenza di euro senza svalutazione monetaria grazie al riposizionamento internazionale del sistema produttivo italiano orientato al lusso, all’eccellenza, attraverso l’utilizzo del capitale umano nelle imprese tecnologiche e creative.

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La corsa all’indebitamento delle famiglie italiane

I dati mettono in evidenza una crescita dell’indebitamento delle famiglie nei vari paesi dell’OCSE. In modo particolare, la stragrande maggioranza dei Paesi ha un valore del debito elevato rispetto all’andamento del reddito disponibile con la possibilità di aumentare il rischio finanziario per il Paese considerato. La corsa agli indebitamenti privati ha caratterizzato anche l’Italia, un Paese che tradizionalmente viene considerato come caratterizzato da un “popolo di formiche”. In realtà, anche con riferimento all’Italia, come riverbero di un andamento internazionale, il valore dell’indebitamento è cresciuto dal 38,5% del 1995 fino ad arrivare ad un valore pari a 90,3% nel 2010. A partire del 2010 il debito degli italiani come percentuale del reddito disponibile è diminuito leggermente fino ad arrivare nel 2016 ad un valore pari a 88,3%. I dati dell’indebitamento italiano fotografano sia una tendenza di lungo periodo sia una tendenza di breve periodo. Sotto il punto di vista del lungo periodo, l’indebitamento delle famiglie sembra essere una tendenza strutturale; sotto il punto di vista di breve periodo, occorre verificare la riduzione dell’indebitamento in connessione con la crisi finanziaria. Durante la manifestazione della crisi finanziaria gli italiani hanno ridotto il valore dell’indebitamento come percentuale del reddito disponibile. La crescita dell’indebitamento privato deve essere posta a sistema con la crescita dell’indebitamento pubblico ed anche con l’indebolimento degli assets del sistema bancario. L’insieme di debiti privati, debiti pubblici e bilanci bancari fake può comportare la crescita di una instabilità finanziaria con probabilità di contagio internazionale. Le politiche economiche dell’austerità possono comportare la riduzione del rischio derivante dalla combinazione di debiti privati, debiti pubblici e instabilità del settore bancario per una crescita economica sostenibile.

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Il divario Nord-Sud: il caso delle relazioni sociali

Secondo i dati ISTAT-BES, l’indice composito delle relazioni sociali è diminuito sia in Italia nel suo complesso, sia nelle macro-regioni italiane. Nell’interno della riduzione generalizzata dell’indice composito delle relazioni sociali appare evidente la questione meridionale, con un Mezzogiorno che nel 2016 ha manifestato un valore dell’indice composito delle relazioni sociali pari ad un valore di 85,4, pari a 99,00 nel Centro e pari a 104,8 nel Nord. L’andamento dell’indice è decrescente nelle macro-regioni considerate, anche se nel Mezzogiorno l’andamento dell’indice è stato sempre al di sotto della soglia di 100,00 indicata nell’anno base, ovvero nel 2010. Occorre pertanto sottolineare due elementi:

  • il divario Nord-Sud esiste anche con riferimento alle Relazioni Sociali. Gli abitanti del Mezzogiorno dichiarano un grado di soddisfazione per le relazioni sociali inferiore di circa 19,4 punti percentuali rispetto al Nord;
  • gli italiani hanno visto ridurre il proprio benessere in termini di relazioni sociali nelle varie macro-regioni considerate.

Il fallimento della famiglia, con la crescita dei divorzi, l’individualismo, il venir meno delle organizzazioni sociali intermedie, la fragilità finanziaria e la mobilità per lavoro e studio, possono insieme spiegare la riduzione dell’indice di Relazioni Sociali in Italia. Tuttavia il depauperamento del capitale sociale, derivante dalla riduzione del valore delle Relazioni Sociali, può comportare una perdita di competitività e di capacità di produrre sia nelle organizzazioni pubbliche che in quelle private.

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Cresce la fiducia nella Politica e nelle Istituzioni

I dati mostrano una crescita dell’indice composito di Politica e Istituzioni nelle varie macro-regioni italiane. In modo particolare l’indice cresce sia nel Nord, sia nel Centro, sia nel Sud. Il divario tra Nord e Sud risulta essere presente nell’interno anche dell’indice composito di partecipazione politica. Il valore dell’indice nel Sud risulta essere inferiore al valore dell’anno base posto uguale a 100. Gli italiani mostrano una crescita della fiducia nelle istituzioni e nella politica, un elemento positivo in grado di creare le premesse per la creazione di quel capitale civico necessario per la crescita economica di lungo periodo.

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