L’Indice delle Esportazioni in Europa

Tra giugno 2020 e febbraio 2021 ha subito una variazione in media pari a -0,8.

 

Ranking dell’indice delle esportazioni in Europa. L’Eurostat calcola il valore dell’indice delle esportazioni su base mensile. Il valore è pari a 100 nel 2015. Al primo posto della classifica vi è l’Irlanda con un ammontare pari a 135,9 unità, seguita dalla Grecia con un ammontare pari a 132,9 unità e la Croazia con un ammontare pari a 129 unità. A metà classifica vi sono Malta con un ammontare pari a 109,1 unità, seguita dalla Repubblica Ceca con un ammontare pari a 108,8 unità e seguita dalla Slovacchia con un ammontare pari a 106,4 unità. Chiudono la classifica Francia con un valore pari a 90,9 unità, seguita dal Lussemburgo con un ammontare pari a 81,2 unità e da Cipro con un ammontare pari a 56,5 unità.

Irlanda. Il valore dell’indice delle esportazioni in Irlanda è diminuito su base mensile tra giugno 2020 e febbraio 2021 di un ammontare pari a -37,6 unità pari ad un valore di 78,3%. Tra il giugno 2020 ed il luglio 2020 il valore dell’indice delle esportazioni in Irlanda è diminuito da un ammontare pari a 173,5 unità fino ad un valore pari a 144,9 unità ovvero pari ad un valore di -28,60 unità ovvero pari ad una variazione di -16,48%. Nel passaggio tra luglio 2020 ed agosto 2020 il valore dell’indice delle esportazioni in Irlanda è diminuito da un ammontare pari a 144,9 unità fino ad un valore pari a 142,5 unità ovvero pari ad una variazione di -2,40 unità pari ad un valore di -1,66%. Nel passaggio tra agosto 2020 e settembre 2020 il valore dell’indice delle esportazioni in Irlanda è cresciuto da un valore pari a 142,5 unità fino ad un valore pari a 157,5 unità ovvero pari ad una variazione di 15 unità pari ad un ammontare di 10,53%. Nel passaggio tra settembre 2020 ed ottobre 2020 il valore dell’indice delle esportazioni in Irlanda è diminuito da un valore pari a 157,5 unità fino ad un valore pari a 143,6 unità ovvero pari ad una variazione di -13,90 unità pari ad un valore di -8,83%. Nel passaggio tra l’ottobre 2020 ed il novembre 2020 il valore dell’indice delle esportazioni è cresciuto da un valore pari a 143,6 unità fino ad un valore pari a 165,6 unità ovvero pari ad un valore di 22,00 ovvero pari ad un ammontare di 15,32%. Il valore dell’indice delle esportazioni in Irlanda è diminuito tra 165,6 unità fino ad un valore pari a 135,7 unità ovvero pari ad una variazione di -29,90 unità pari ad un valore di -18,06%. Nel passaggio tra dicembre 2020 ed il gennaio 2021 il valore dell’indice delle esportazioni in Irlanda è diminuito da un valore pari a 135,7 unità fino ad un valore pari a 129 unità ovvero pari ad un valore di -6,70 unità pari ad un valore di -4,94%. Nel passaggio tra il gennaio 2021 ed il febbraio 2021 il valore dell’indice delle esportazioni in Irlanda è cresciuto da un valore pari a 129 unità fino ad un valore pari a 135,9 unità ovvero pari ad una variazione di 6,90 unità pari ad un valore di 5,35%. Nel passaggio tra giugno 2020 e febbraio 2021 il valore dell’indice delle esportazioni in Irlanda è diminuito di un valore pari a -37,6 unità fino ad un valore pari a 78,3%.

Ranking delle nazioni per variazione dell’indice delle esportazioni nel passaggio tra giugno 2020 e febbraio 2021. Se si prende il valore complessivo della variazione dell’indice delle esportazioni tra giugno 2020 e febbraio 2021 è possibile creare una nuovo ranking. Occorre sempre considerare che l’indice delle esportazioni è posto uguale a 100 nel 2015. In termini di variazione tra giugno 2020 e febbraio 2021 al primo posto vi è la Romania con un ammontare pari a 12,7, seguita dal Portogallo con un valore pari a 11 unità e da Malta con un valore pari a 10,2. A metà classifica vi sono la Francia con un valore pari a 3,1 unità, seguita dalla Slovenia con un ammontare pari a 3 e dalla Bulgaria con un valore pari a 1,9 unità. Chiudono la classifica la Grecia con un valore pari a -13,2, l’Irlanda con un valore pari a -37,6 unità e Cipro con un valore pari a -66,2 unità.

Conclusione. In sintesi possiamo sottolineare che il valore dell’indice delle esportazioni è rimasto abbastanza costante nel periodo tra giugno 2020 e febbraio 2021 considerato nelle sue variazioni mensili. Tale elemento certamente è da riconnettere alla crisi derivante dal Covid che ha ridotto significativamente le supply chain internazionali e compromesso sia le esportazioni sia le importazioni. Una delle motivazioni per il ristagno delle esportazioni consiste nella riduzione del PIL avvenuta in connessione con la crisi del covid 19. Inoltre, poiché taluni settori sono stati completamente fermi nell’attività produttiva ne è derivato anche una debolezza della capacità produttiva delle imprese con un impatto in termini di competizione internazionale ed esportazioni. Infine occorre considerare che molte delle esportazioni dei paesi europei avvengono nello stesso contesto dell’Unione Europea. In questo senso la crisi del covid con le limitazioni agli spostamenti di persone e merci disposti anche se in modo non uniforme nell’Unione Europea potrebbero effettivamente aver compromesso l’abilità delle organizzazioni produttive di rivolgere la propria attività nei confronti della clientela internazionale. La stagnazione delle esportazioni deve essere posta in connessione con il sostanziale arretramento delle importazioni ed un indebolimento complessivo della competizione internazionale dovuta al covid. Poiché il commercio internazionale contribuisce in misura significativa al benessere della popolazione ed alla crescita economica delle nazioni è necessario che vengano predisposte delle politiche economiche accomodanti nei confronti dell’import-export sia a livello intercontinentale che a livello europeo.

L’Indice delle Importazioni in Europa

È diminuito in media di un valore pari a 1,7 tra giugno 2020 e febbraio 2021

Ranking dell’indice delle importazioni in Europa a febbraio 2021. L’Eurostat calcola l’indice delle importazioni su base mensile nei paesi europei. Il valore dell’indicatore è posto pari a 100 nel 2015. I dati, con riferimento a febbraio 2021 possono essere analizzati in forma di classifica. Al primo posto di tale classifica vi è la Croazia con un valore pari a 120,00 unità, seguita dalla Romania con un ammontare di 119,4 unità e dalla Polonia con un ammontare pari a 118,9 unità. A metà classifica vi sono la Germania con un ammontare pari a 107,1 unità, il Belgio con un ammontare pari a 106,2 a parimerito con la Lettonia con un valore pari a 106,2 unità. Chiudono la classifica la Francia con un valore pari a 94,1 unità, la Spagna con un ammontare di 91,8 unità e Malta con un valore di 73,3 unità.

Croazia. Il valore dell’indice delle importazioni in Croazia è diminuito nel periodo tra giugno 2020 e febbraio 2021 da un ammontare pari a 108,4 unità fino ad un valore pari a 107,5 unità ovvero una variazione pari a -0,90 unità pari ad un ammontare di -0,83%. Nel passaggio tra giugno 2020 e luglio 2020 il valore dell’indice delle importazioni su base mensile è cresciuto da un ammontare pari a 108,4 unità fino ad un valore di 112,0 unità ovvero pari ad una variazione di 3,60 unità pari ad un ammontare di 3,32%. Nel passaggio tra luglio 2020 e agosto 2020 il valore dell’indice delle importazioni in Croazia è diminuito da un ammontare pari a 112,00 unità fino ad un valore pari a 103,4 unità ovvero pari ad una variazione di -8,60 unità pari ad un ammontare di -7,68%. Nel passaggio tra agosto 2020 e settembre 2020 il valore dell’indice delle importazioni su base mensile è passato da un ammontare pari a 103,4 unità fino ad un valore pari a 122,7 unità ovvero pari ad un ammontare di 19,30 unità pari a 18,67%. Nel passaggio tra settembre 2020 e ottobre 2020 il valore dell’indice delle importazioni su base mensile in Croazia è diminuito da un ammontare pari a 122,7 unità fino ad un valore pari a 122,4 unità ovvero pari ad una variazione di -0,30 unità pari ad un valore di -0,24%. Nel passaggio tra ottobre 2020 e novembre 2020 il valore dell’indice delle importazioni mensile è cresciuto da un ammontare pari a 122,4 unità fino ad un valore pari a 125,5 unità ovvero pari ad una variazione di 3,10 unità pari ad un ammontare di 2,53%. Tra novembre 2020 e dicembre 2020 il valore dell’indice delle importazioni su base mensile è diminuito da un ammontare pari a 125,5 unità fino ad un valore pari a 119,3 unità ovvero pari ad una variazione di -6,20 unità pari ad un ammontare di 4,94%. Nel passaggio tra il dicembre 2020 e gennaio 2021 il valore dell’indice delle importazioni in Croazia è diminuito da un ammontare pari a 119,3 unità fino ad un valore pari a 112,6 unità ovvero pari ad una variazione di -6,70 unità pari ad un ammontare di 5,62%. Nel passaggio tra il gennaio 2021 ed il febbraio 2021 il valore dell’indice delle importazioni in Croazia è diminuito da un ammontare pari a 112,6 unità fino ad un valore pari a 107,5 unità ovvero pari ad una variazione di -5,10 unità ovvero pari ad una variazione di -4,53%.

Ranking delle nazioni nel periodo giugno 2020-febbraio 2021. Se si prende in considerazione il ranking delle nazioni per variazione dell’indice delle importazioni nel periodo tra giugno 2020 e febbraio 2021 allora risulta che al primo posto vi è Malta con un valore dell’indice pari a 38,2, seguita dalla Lettonia con un ammontare pari a 10,5 unità e dal Portogallo con un ammontare pari a 81, unità. A metà classifica vi sono la Croazia con un ammontare pari a -0,9 unità, la Slovenia con un ammontare pari a -2,00 unità e la Danimarca con un ammontare pari a -3 unità. Chiudono la classifica la Spagna con un ammontare pari a -8,2 unità, l’Irlanda con un ammontare pari a -22,1 unità e Cipro con un ammontare pari a -45,4 unità. Occorre considerare che tale indicatori è posto pari a 100 nel 2015. In media, considerando i vari paesi dell’Unione Europea, l’ammontare dell’indicatore delle importazioni è diminuito di un ammontare pari a circa -1,7 unità.

Conclusioni. In sintesi possiamo notare che il valore dell’indice delle importazioni risulta essere sostanzialmente altalenante nell’interno dell’Unione Europea con alcuni paesi come per esempio Francia, Olanda, Germania e Olanda che hanno visto crescere le proprie importazioni ed un insieme dei paesi come per esempio Italia, Spagna, Danimarca e Romania che invece hanno visto ridurre le proprie importazioni. La riduzione del valore delle importazioni può essere dovuta ad un insieme di fattori e soprattutto dalla compressione del prodotto interno lordo. L’andamento del PIL è infatti una delle variabili positivamente connessa con il valore delle importazioni. Ovviamente, i paesi che hanno subito in misura più negativa le conseguenze economiche del covid, ovvero i paesi che hanno visto ridurre il proprio prodotto interno lordo in modo significativo, hanno sperimentato anche una riduzione delle importazioni. Inoltre la riduzione delle importazioni può essere anche dovuta alla particolare condizione della supply chain internazionale che sono state sostanzialmente ridotte a causa della crisi da covid 19. Infine la chiusura di molte attività commerciali ha comportato anche una compressione dei consumi da parte della popolazione tale da ridurre anche il consumo di prodotti di importazione. E’ probabile che il mix di crescita economica ed inflazione del post-covid, possa indurre, a breve, una crescita del valore dell’indice delle importazioni nei paesi dell’Unione Europea.

Crescono le Aspettative di Occupazione in Europa

Tra agosto 2020 e maggio 2021 l’indice delle aspettative occupazionali a tre mesi  nei paesi europei è cresciuto in media di 14,53.

 

Ranking dei paesi per aspettative occupazionali. L’Eurostat calcola l’indicatore delle aspettative di occupazione nei prossimi tre mesi. Al primo posto vi è la Slovenia con un ammontare pari a 116,7 unità, seguita dall’Austria con un ammontare pari a 115,00 unità e dall’Albania con un ammontare pari a 114,8 unità. A metà classifica vi sono il Portogallo con un ammontare pari a 110,2 unità, seguito dall’Olanda con un valore pari a 110,00 unità e dalla Slovacchia con un ammontare pari a 109,8 unità. Chiudono la classifica repubblica Ceca con un ammontare pari a 98,3 unità, Montenegro con un valore pari a 96,7 unità, e Turchia con un valore pari a 94,5 unità.

Slovenia. Il valore dell’andamento delle aspettative di occupazione in Slovenia è diminuito tra un ammontare di 99,60 unità nell’agosto 2020 fino ad un valore pari a 98,70 unità del settembre 2020 ovvero una variazione pari a -0,90 unità. Tra settembre 2020 e ottobre 2020 il valore delle aspettative di occupazione in Slovenia è cresciuto da un ammontare pari a 98,70 fino ad un valore pari a 100,20 unità ovvero pari ad un valore di 1,50 unità in senso assoluto ovvero pari ad un valore di 1,52 in valore percentuale. Nel passaggio tra ottobre 2020 e novembre 2020 il valore delle aspettative di occupazione è rimasto costante a 0,00 unità. Tra novembre 2020 e dicembre 2020 il valore delle aspettative economiche in Slovenia è cresciuto da un ammontare pari a 100,20 unità fino ad un valore di 101,90 unità ovvero pari ad una variazione di 1,70 unità in valore assoluto e percentuale. Tra dicembre 2020 e gennaio 2021 il valore delle aspettative di occupazione nei prossimi 3 mesi in Slovenia è diminuito da un ammontare pari a 101,90 unità fino ad un valore pari a 100,20 unità ovvero pari a -1,70 unità in valore assoluto ovvero pari a -1,67%. Nel passaggio tra gennaio 2021 e febbraio 2021 il valore delle aspettative di occupazione nei prossimi 3 mesi è passato da un valore pari a 100,20 unità fino ad un valore pari a 101,60 unità ovvero pari ad un ammontare pari a1,40 unità in valore assoluto e percentuale. Tra il febbraio 2021 ed il marzo 2021 il valore delle aspettative di occupazione a 3 mesi in Slovenia è cresciuto da un ammontare pari a 101,60 unità fino ad un valore pari a 106,40 unità ovvero una variazione pari ad un ammontare di 4,80 unità in valore assoluto pari al 4,72%. Tra il marzo 2021 ed aprile 2021 il valore delle aspettative di occupazione nei prossimi 3 mesi è cresciuto da un ammontare pari a 106,40 unità fino ad un valore pari a 112,00 unità ovvero pari ad una variazione di 5,60 unità pari a 5,26%. Nel passaggio tra aprile 2021 e maggio 2021 il valore delle aspettative di occupazione nei primi 3 mesi in Slovenia è cresciuto da un ammontare pari a 112,00 unità fino a 116,70 unità ovvero pari ad un valore di 4,70 unità ovvero pari 4,20%.

Variazione dell’indice delle aspettative di occupazione a tre mesi nei paesi europei. Se si prende in considerazione l’intero periodo tra agosto 2020 e maggio 2021 è possibile verificare che in media tale valore è cresciuto di un ammontare pari a 14,53 unità. Nel ranking delle nazioni europee al primo posto vi è l’Austria con una variazione periodale pari a 28,4 unità, seguita dalla Danimarca con un valore pari a 24 unità e la Svezia con un valore pari a di 23,6 unità. A metà classifica vi sono Bulgaria con un ammontare pari a 15,1 unità, Olanda con un valore di 14,8 unità e la Francia con un ammontare pari a 13,9 unità. Chiudono la classifica Grecia con un valore pari a 5,6 unità, Cipro con un valore pari a 5,1 unità e la Turchia con un ammontare pari a 0,1 unità.

Conclusioni. In sintesi il valore delle aspettative di occupazione nell’economia europea è positivo. Tale clima positivo relativo al lavoro deve essere certo sommato alle aspettative positive nel settore dei servizi, delle costruzioni, e dell’industria. L’economia europea quindi sembra essere, per lo meno nelle aspettative degli imprenditori, dei consumatori e dei lavoratori, orientata verso una crescita economica. La crisi derivante del covid dovrebbe quindi essere facilmente superata a seguito delle vaccinazioni, con una crescita degli investimenti produttivi, del reddito prodotto ed in generale dell’occupazione. E’ chiaro quindi che l’economia europea dovrebbe tornare presto, in termini di valore assoluto, ai livelli pre-covid. Tuttavia, vi è un elemento che potrebbe ridurre l’orientamento dell’economia europea verso la crescita economica ovvero l’inflazione. La crescita dell’inflazione, che è presente nella crescita del livello dei prezzi, dovrebbe essere manifesta in tutto il mondo occidentale come conseguenza della spesa pubblica in funzione anti-covid. Occorre considerare per esempio, che il piano Biden ha immesso nell’economia USA circa 4 trilioni di dollari equivalente circa a 2 volte il PIL italiano. Certamente tale immissione di denaro, alla quale bisogna sommare anche i piani dell’Europa, potrebbe comportare un’impennata dei prezzi. Tale crescita dei prezzi, che dovrebbe favorire il debitore pubblico, potrebbe in ogni caso avere un impatto negativo in termini di valore assoluto del reddito dei lavoratori. Infatti, com’è noto il livello di inflazione crescente, a parità di reddito nominale dei lavoratori, riduce il potere di acquisto e genera sostanzialmente un impoverimento degli occupati. Pertanto, l’economia europea, così come quella anche USA e UK, sembra essere orientata ad una fase dove gli elementi finanziari saranno meno rilevanti ed invece diventeranno più significativi gli aspetti dell’economia reale. Un’economia reale che paradossalmente nel suo riattivarsi viene ad essere ridimensionata da una inflazione crescente che potrebbe alleggerire le posizioni debitorie eppure fare diminuire il valore reale del reddito dei lavoratori.

Aspettative Economiche Crescenti in Europa

L’Economic Sentiment Indicator-ESI è cresciuto in media di 20,26 unità tra ottobre 2020 e maggio 2021

Economic Sentiment Indicator. L’Eurostat calcola l’Economic Sentiment Indicator definito come un «[…] un indicatore composito prodotto dalla […] Commissione europea. Il suo obiettivo è monitorare la crescita del PIL a livello di Stati membri, UE e zona euro. L’ESI è una media ponderata dei saldi delle risposte alle domande selezionate rivolte alle imprese in cinque settori coperti dalle indagini UE sulle imprese e sui consumatori e ai consumatori. I settori coperti sono l’industria (peso 40 %), i servizi (30 %), i consumatori (20 %), il commercio al dettaglio (5 %) e l’edilizia (5 %). I saldi sono costruiti come differenza tra le percentuali di rispondenti che danno risposte positive e negative. Gli aggregati dell’UE e dell’area dell’euro sono calcolati sulla base dei risultati nazionali e destagionalizzati. L’ESI è scalato su una media a lungo termine di 100 e una deviazione standard di 10. Pertanto, i valori superiori a 100 indicano un sentimento economico superiore alla media e viceversa. I dati sono destagionalizzati (SA).»[1]

Nel ranking dell’economic sentiment indicator di maggio 2021 al primo posto vi è la Svezia con un valore pari a 122,6, seguita dal Lussemburgo con un ammontare pari a 120,2 e Austria pari a 118 unità. A metà classifica vi sono Serbia con un valore pari a 108,9 unità, seguita dalla Grecia con un valore pari a 108,6 unità e dalla Spagna con un valore pari a 108,3 unità. Chiudono la classifica Bulgaria con un ammontare pari a 98,2 unità, la Turchia con un ammontare pari a 94,9 unità e la Macedonia del Nord con un ammontare pari a 88,5 unità.

Svezia. Il valore dell’ammontare dell’ESI in Svezia ad agosto 2020 è stato pari ad un ammontare di 90,1 unità. Tra agosto 2020 e settembre 2020 il valore dell’Esi in Svezia è cresciuto da un ammontare pari a 90,1 unità fino ad un valore pari a 95,3 unità ovvero pari ad una variazione di 5,2 unità pari ad un ammontare del 5,77%. Nel passaggio tra settembre 2020 e ottobre 2020 il valore dell’ESI in Svezia è passato da un ammontare pari a 95,3 unità fino ad un valore pari a 96,3 unità ovvero pari ad una variazione di 1 unità pari ad un valore dell’1,04%. Tra ottobre 2020 e novembre 2021 il valore dell’ESI in Svezia è passato da un ammontare pari a 96,3 unità fino ad un valore pari a 97,11 unità ovvero pari ad una variazione di 0,8 unità pari ad un valore dello 0,83%. Nel passaggio tra novembre 2020 e dicembre 2020 il valore dell’Esi in Svezia è passato da un ammontare pari a 97,1 unità fino ad un valore pari a 96,8 unità ovvero pari ad una variazione di -0,3 unità pari ad una variazione di -0,31%. Nel passaggio tra dicembre 2020 e gennaio 2021 il valore dell’ESI in Svezia è cresciuto da un ammontare pari a 96,8 unità fino ad un valore pari a 101,8 unità ovvero pari ad una variazione di 5 unità pari ad un ammontare del 5,1%. Nel passaggio tra il gennaio 2020 e febbraio 2020 il valore dell’ESI in Svezia è passato da un ammontare pari a 101,8 unità fino ad un valore pari a 104,9 unità ovvero pari ad una variazione di 3,1 unità pari ad una variazione di 3,045%. Nel passaggio tra febbraio 2021 e marzo 2021 il valore dell’indice ESI è passato da 104,9 unità fino ad un valore pari a 106,7 unità pari ad un ammontare di 1,8 unità pari a 1,716%. Nel passaggio tra marzo 2021 ed aprile 2021 il valore dell’indice dell’ESI in Svezia è passato da un ammontare pari 106,7 unità fino ad un valore pari a 117,5 unità ovvero pari ad un valore di 10,8 unità pari ad un ammontare di 101,12%. Nel passaggio tra aprile 2021 e maggio 2021 il valore dell’indice ESI è cresciuto da un ammontare pari a 117,5 unità fino ad un valore pari a 122,6 unità ovvero pari ad una variazione di 5,1 unità pari ad una variazione di 4,34%. Complessivamente nel periodo tra ottobre 2020 e maggio 2021 il valore dell’ESI in Svezia è cresciuto di un ammontare paria 32,5 unità ovvero pari ad un valore di 36,07%.

Ranking dei paesi per variazione periodale. Complessivamente se si prende in considerazione la variazione complessiva tra ottobre 2020 e maggio 2021 è possibile riformulare una classifica dove ai primi tre posti vi sono Italia con un valore pari a 33,5%, Svezia con un ammontare pari a 32,5 e Danimarca con un ammontare pari a 30,6%. A metà classifica vi sono la Bulgaria con un ammontare pari a 19,9%, l’Albania con un valore pari a 19,5 unità e la Spagna con un valore pari a 19,4 unità. Chiudono la classifica Lettonia con un ammontare pari a 12,4 unità, Slovacchia con un ammontare pari a 8,4 unità e Turchia con un ammontare pari a 5,4 unità.

Conclusione. In sintesi è necessario considerare che il valore dell’ESI è cresciuto complessivamente nei vari paesi dell’Unione Europea. Tale variazione certamente è positiva e lascia intendere che il limiti posti alla crescita economica dal covid siano stati sostanzialmente superati. Mediamente il valore dell’ESI è cresciuto tra ottobre 2020 e maggio 2021 di un ammontare pari a circa 20,26 unità. Certamente tale crescita del valore dell’ESI è un elemento da considerare positivamente. Tuttavia occorre considerare che tale aspettativa positiva dell’industria, dei servizi e dei consumatori potrebbe comunque essere almeno in parte ridotta dall’inflazione crescente in Europa, in USA e nell’economia globale. Occorre pertanto introdurre delle politiche economiche di controllo dei prezzi per evitare che gli entusiasmi degli operatori del mercato e le politiche economiche espansionistiche finiscano per essere assorbiti dall’inflazione con effetti distributivi controversi in termini di diseguaglianze sociali tra occupati e disoccupati e tra tipologie di occupati.

 

 

[1] https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-datasets/-/teibs010

La crescita dei servizi in Europa

Tra agosto 2020 e maggio 2021 il settore dei servizi è cresciuto in media del 24,28%

L’andamento del settore dei servizi in Europa viene calcolato dall’Eurostat con un apposito indicatore su base mensile. Occorre considerare che al primo posto vi è la repubblica Ceca con un valore del settore dei servizi a maggio 2021 pari a 33,4% rispetto al mese precedente, seguita dalla Svezia con un ammontare paria a 29,00% e dall’Irlanda con un ammontare pari a 18,7%. A metà classifica vi sono la Romania con un valore pari a 0,00%, l’Italia con un ammontare pari a -0,1% e la Spagna con un ammontare paria -0,09%. Chiudono la classifica Polonia con un ammontare parei a -12,1%, Nord Macedonia con un valore pari a -12,5% e Ungheria con un ammontare pari a -22,4%.

Repubblica Ceca. Il valore del settore dei servizi in Repubblica Ceca è stato pari ad un ammontare di 18,20 unità nell’agosto 2020 ed è successivamente aumentato fino ad un valore di 30,8 unità nel settembre 2020 facendo segnare un valore pari a +18,20 unità ovvero pari ad un valore di 69,23$. Nel passaggio tra il settembre 2020 e l’ottobre 2020 il valore del settore dei servizi è diminuito da un ammontare pari a 30,8 unità fino ad un valore pari a 18,40 unità ovvero pari ad una variazione di -12,40 unità pari ad un valore di -40,26%. Nel passaggio tra ottobre 2020 e novembre 2020 il valore dell’indicatore del settore dei servizi è aumentato da un ammontare pari a 18,40 fino ad un valore pari a 12,50 ovvero una variazione pari a -5,90 unità pari ad un valore del 32,07%. Nel passaggio tra novembre 2020 e dicembre 2020 il valore del settore dei servizi è passato da un ammontare pari a 12,50 fino ad un valore pari a 28,00% ovvero pari ad una variazione di 15,50 unità pari ad una variazione di 124,00%. Nel passaggio tra il dicembre 2020 ed il gennaio 2021 il valore dell’indice del settore dei servizi è diminuito da un ammontare pari a 28,00 fino ad un valore pari a 20,80 unità ovvero pari ad una variazione di -7,20 unità pari ad un valore di -25,71%. Nel passaggio tra gennaio 2021 e febbraio 2021 il valore del settore dei servizi è aumentato da un ammontare pari a 20,80 unità fino ad un valore pari a 30,70 unità ovvero pari ad una variazione di 9,90 unità pari ad un valore di 47,60%. Nel passaggio tra febbraio 2021 ed il marzo 2021 il valore dell’indice del settore dei servizi nella Repubblica Ceca è passato da un ammontare pari a 30,70 unità fino ad un valore pari a 19,50 unità ovvero pari ad una variazione di -11,20 unità pari ad una variazione di -36,48%. Nel passaggio tra il marzo 2021 ed aprile 2021 il valore dell’indice del settore dei servizi è passato da un ammontare praei a 19,50 unità fino ad un valore pari a 23,10 unità ovvero pari ad un valore di 3,60 unità pari ad un valore di 18,46%. Nel passaggio tra aprile 2021 e maggio 2021 il valore dell’indice del settore dei servizi è passato da un ammontare parei a 23,10 unità fino ad un valore pari a 33,40 unità ovvero pari ad una variazione assoluta di 10,30 unità equivalente in valore percentuale a 44,59%. Complessivamente nel periodo considerato il valore dell’indice del settore dei servizi è aumentato di un valore paria 15,20 unità ovvero pari ad un ammontare dell’83,52%.

Svezia. Il valore dell’andamento del settore dei servizi su base mensile in Svezia è stato pari ad -16,00 ad agosto 2020, per poi crescere fino a 0,00 a settembre 2020. Nel passaggio tra settembre 2020 e ottobre 2020 il valore è diminuito fino ad un ammontare di -3,00%. Nel passaggio tra ottobre 2020 e novembre 2020 il valore dell’indice del settore dei servizi è passato da un ammontare pari a -3 fino ad un valore pari a 10,00, per poi passare ad un valore pari a 0 a dicembre 2020. Nel passaggio tra dicembre 2020 e gennaio 2021 il valore dell’indice del settore dei servizi è cresciuto da un ammontare pari a 0,00 unità fino ad un valore pari a 4,00 unità. Successivamente, tra gennaio 2021 e febbraio 2021 il valore del settore dei servizi è passato da un ammontare di 4,00 unità fino ad un valore pari a 8,00 unità ovvero una crescita di circa il 100,00%. Nel passaggio tra febbraio 2021 e marzo 2021 il valore dell’indice del settore dei servizi in Svezia è diminuito da un ammontare pari a 8,00 unità fino ad un valore pari a 2,00 unità ovvero pari ad una variazione di -6,00 unità. Tra il marzo 2021 ed aprile 2021 il valore dell’indice dei servizi è passato da un ammontare pari a 2,00 unità fino ad un valore pari a 18,00 unità ovvero pari ad un variazione di 16 unità pari ad un valore dell’800%. Tra aprile 2021 e maggio 2021 il valore dell’indice del settore dei servizi è cresciuto da un ammontare pari a 18,00 unità fino ad un valore pari a 29,00 unità ovvero pari ad un valore di 11,00 unità pari ad un valore di 61,11%. Complessivamente il valore dell’indice del settore dei servizi in Svezia è cresciuto di un ammontare pari a 45,00 unità ovvero pari ad un valore di -281,25%.

Occorre considerare che nel complesso dell’economia europea il valore dell’indicatore del settore dei servizi è stato crescente. Tale valore crescente risulta essere particolarmente interessante per il fatto che il settore dei servizi costituisce una parte preponderante del PIL pari a circa il 75-80%. Nel deriva pertanto che attraverso la crescita del valore dei servizi è possibile verificare un fenomeno di ripresa economica in Europa nel periodo post-covid. Un fatto certamente positivo soprattutto se viene posto in connessione con la crescita anche del settore delle costruzioni e dell’industria. L’economia europea è pronta a sperimentare una fase di boom post-covid.

 

La produzione dei beni di consumo in Italia

E’ diminuita significativamente nel primo trimetre 2020 e da allora è rimasta ad di sotto dei livelli del 2015.

 

La produzione di beni di consumo in Italia. L’Istat calcola la produzione dei beni di consumo in Italia. Il valore è posto uguale a 100 nel 20215. Nello specifico il valore dell’indice dei beni di consumo a gennaio 2020 è stato pari ad un valore di 104,9%. Nel passaggio tra il gennaio 2020 ed il febbraio 2020 il valore della produzione di beni di consumo in Italia è passato da un ammontare pari a 104,9 unità fino ad un ammontare pari a 102,3 unità pari ad un valore di -2,6 unità pari ad un valore di -2,48%. Nel passaggio tra il febbraio 2020 ed il marzo 2020 il valore dell’indice della produzione dei beni di consumo è da un ammontare pari a 102,3 unità fino ad un valore pari a 74,9 unità ovvero pari ad una variazione di -27,4 unità pari ad un valore di -26,78%. Nel passaggio tra il marzo 2020 e l ‘aprile 2020 il valore dell’indice della produzione dei beni di consumo è passato da un ammontare di 74,9 unità fino ad un valore pari a 64,00 unità ovvero pari ad una variazione pari a -10,9 unità pari ad una variazione pari a -14,55%. Nel passaggio tra aprile 2020 e maggio 2020 il valore dell’indice della produzione industriale dei beni di consumo è passato da un valore pari a 64 unità fino ad un valore pari a 84,2 unità ovvero pari ad un valore di 20,2 unità pari ad un valore di 31,56%. Nel passaggio tra il maggio 2020 ed il giugno 2020 il valore dell’indice della produzione di beni di consumo è passato da un valore pari a 84,2 unità fino ad un valore pari a 91,5 unità ovvero pari ad un valore di 7,3 unità pari ad un ammontare di 8,67%. Nel passaggio tra giugno 2020 e luglio 2020 il valore dell’indice della produzione dei beni di consumo è passato da un valore pari a 91,5 unità fino ad un valore pari a 96,5 unità ovvero pari ad un valore di 5,0 unità pari ad un valore di 5,46%. Nel passaggio tra luglio 2020 e l’agosto 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un ammontare pari a 96,5 unità fino ad un valore pari a 102,8 unità ovvero pari ad un valore di 6,3 unità ovvero pari ad un valore di 6,53%. Nel passaggio tra agosto 2020 ed il settembre 2020 il valore dell’indice della produzione industriale dei beni di consumo è passato da un valore pari a 102,8 unità fino ad un valore pari a 99,6 unità ovvero pari ad una variazione di -3,2 unità pari ad un valore del -3,11%. Nel passaggio tra settembre 2020 ed ottobre 2020 il valore dell’indice della produzione dei beni di consumo è passato da un ammontare pari a 99,6 unità fino ad un valore pari a 100,00 unità ovvero pari ad un valore di 0,4 unità. Nel passaggio tra ottobre 2020 e novembre 2020 il valore dell’indice della produzione di beni al consumo è passato da un valore pari a 100 fino ad un valore pari a 96 ovvero una riduzione pari a 4 unità. Tra novembre 2020 e dicembre 2020 il valore è diminuito da 96,00 unità fino a 95,60 unità ovvero pari ad una variazione di -0,4 unità pari ad un valore percentuale di -0,42%. Tra dicembre 2020 e gennaio 2021 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un valore pari a 95,6 unità fino ad un valore pari a 97,1 unità ovvero pari ad una variazione di 1,5 unità pari ad un valore percentuale di 1,57%. Tra gennaio 2021 e febbraio 2021 il valore dell’indice della produzione industriale di beni di consumo è passato da un ammontare pari a 97,1 unità fino ad un valore pari a 99,4 unità ovvero pari ad una variazione di 2,3 unità pari ad un ammontare del 2,37%. Nel passaggio tra il febbraio 2021 ed il marzo 2021 il valore dell’indice della produzione industriale di beni di consumo è passato da un ammontare pari a 99,4 unità fino ad un valore pari a 97,9 unità ovvero pari ad un valore di -1,5 unità pari ad un valore di -1,51%. In media il valore dell’indice della produzione industriale di beni di consumo è stato pari a 93,8 nel periodo considerato.

Conclusioni. In sintesi, il valore dell’indice della produzione dei beni di consumo ha mostrato un significativo arretramento non solo nel periodo tra marzo ed aprile, quanto piuttosto anche nel periodo successivo rimanendo strutturalmente al di sotto del 99%. Occorre considerare che il valore dell’indice della produzione dei beni di consumo è sostanzialmente da ricollegarsi all’industria in senso stretto ed in una certa parte all’agricoltura. Ne deriva ovviamente che l’industria italiana ha subito durante la fase del covid ed anche successivamente una significativa riduzione della capacità produttiva. Tale riduzione è in parte da riconnettere alla compressione della domanda ed alla riduzione delle supply chain nazionali ed internazionali. Tuttavia, il fatto che la produzione di beni di consumo a marzo 2021 non abbia ancora raggiunto il grado precedente alla crisi mette in evidenza la presenza di difficoltà nei sistemi di produzione e delle dinamiche anche della domanda che potrebbero rendere più complessa la fase della ripresa. Ovviamente un elemento essenziale per la ripresa della produttività consiste nella crescita del valore della fiducia tra i consumatori ed anche tra le imprese. Se tale clima di fiducia verrà restaurato anche grazie all’intervento della spesa pubblica con il piano del recovery allora sarà probabile che anche la dinamica produzione-domanda diventi virtuosa e cresca quindi anche l’indice dei beni di consumo. Tuttavia, è probabile che la ripresa della produzione industriale coincida anche con una fase di riorganizzazione delle imprese sotto il punto di vista tecnologico soprattutto nell’applicazione delle nuove tecnologie dell’industria 4.0 e del machine learning insieme con i big data.

 

La produzione industriale italiana a marzo 2021

Dopo la crisi del primo trimestre 2020 ed il picco dell’agosto 2020 la produzione industriale italiana è rimasta stabile intorno al valore di 100 performando a valori simili del 2015.

Andamento della produzione industriale in Italia. L’Istat riporta i dati relativi alla produzione industriale. Il valore è posto pari a 100 nel 2015. Nel passaggio tra il gennaio 2020 ed il febbraio 2020 il valore della produzione industriale in Italia è diminuito da un ammontare pari a 104,4 fino ad un valore pari a 103 ovvero pari ad una variazione di -1,4 unità pari a -1,34%. Nel passaggio tra il febbraio 2020 ed il marzo 2020 il valore della produzione industriale in Italia è passato da un ammontare pari a 103 unità fino ad un valore pari a 74,1 unità ovvero pari ad una variazione di -28,9 unità pari ad un valore percentuale del -28,06%. Nel passaggio tra marzo 2020 ed aprile 2020 il valore della produzione industrial in Italia è passato da un valore pari a 74,1 unità fino ad un valore pari a 59,3 unità ovvero pari ad un valore di -14,8 unità pari ad un valore percentuale di -19,97%. Nel passaggio tra aprile 2020 e maggio 2020 il valore dell’andamento della produzione industriale in Italia è passato da un valore pari a 59,3 unità fino ad u valore pari a 84,3 unità ovvero pari ad un valore di 25 unità pari ad un ammontare del 42,16%. Nel passaggio tra il maggio 2020 ed il giugno 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un valore pari a 84,3 unità fino ad un valore pari a 91,4 unità ovvero pari ad un variazione di 7,1 unità pari ad un valore di 8,42%. Tra il giugno 2020 ed il luglio 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un valore pari 91,4 unità fino ad un valore pari a 98,5 unità ovvero pari ad una variazione di 77,1 unità pari ad un valore di 7,77%. Nel passaggio tra luglio 2020 ed agosto 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da 98,5 unità fino ad un valore pari a 105,1 unità ovvero pari ad un valore di 6,6 unità pari ad un ammontare di 6,7%. Nel passaggio tra settembre 2020 ed l’ottobre 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è cresciuto da un ammontare pari a 100,3 unità fino ad un valore pari a 101,7 unità ovvero pari ad una variazione di 1,4 unità sia in valore assoluto sia in valore percentuale. Nel passaggio tra ottobre 2020 ed il novembre 2020 il valore dell’indice della produzione industria in Italia è diminuito da un ammontare pari a 101,7 unità fino ad un valore pari a 100,5 unità ovvero pari ad un valore di -1,2 unità pari ad un ammontare di -1,18%. Nel passaggio tra novembre 2020 ed il dicembre 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un ammontare pari 100,5 unità fino ad un valore pari a 100,6 unità ovvero pari ad una variazione di 0,1 unità in valore assoluto e percentuale. Nel passaggio tra dicembre 2020 ed il gennaio 2021 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un ammontare pari a 100,6 unità fino ad un valore pari a 101,8 unità ovvero pari ad una variazione di 1,2 unità in valore assoluto e percentuale. Nel passaggio tra il gennaio 2021 ed il febbraio 2021 il valore dell’indice della produzione industriale è passato da un ammontare di 101,8 unità fino ad un valore pari a 101,9 unità ovvero pari ad un ammontare di 0,1 unità. Tra il febbraio 2021 ed il marzo 2021 il valore dell’indice della produzione industriale in Italia è diminuito da un ammontare pari a 101,9 unità fino ad un valore pari a 101,8 unità. Se si prende in considerazione l’intero periodo da gennaio 2020 a marzo 2021 il valore dell’indice della produzione industriale è stato mediamente pari al 95,25% del valore del medesimo indice nel 2015.

Conclusioni. Il valore dell’indice della produzione industriale mostra una debole ripresa. Certamente il covid nel 2020 ha avuto un impatto dirompente nella riduzione dell’indice della produzione industriale. Infatti, tra marzo 2020 e luglio 2020 il valore dell’indice della produzione industriale è stato sempre al di sotto del valore del 2015 con un picco negativo rilevato ad aprile 2020 quando il paese Italia ha prodotto il 60% del valore analogo del 2015. Successivamente il valore dell’indice della produzione industriale è cresciuto significativamente nell’agosto del 2020 per poi stabilizzarsi intorno al valore di 100 tra l’agosto 2020 ed il marzo 2021. Se confrontiamo i dati rispetto al 2019 notiamo che il valore dell’indicatore è sempre stato superiore a 100 con un massimo a luglio-pari a 106,5 ed un minimo a dicembre-pari a 101,8. Ovviamente la crisi indotta dal covid ha colpito l’economia italiana soprattutto nel 2020 mentre nel 2021 anche in presenza di significative restrizioni il valore della produzione industriale ha mostrato un andamento costante intorno al valore di cento. Occorre considerare che l’economia italiana certamente cambierà a seguito del covid. In particolare, vi sono alcuni elementi come per esempio:

  • lo Smart working;
  • l’utilizzo massivo dei servizi di delivery;
  • la crescita delle connessioni internet;
  • la crescita della vendita di computers e smartphones;
  • la crescita degli acquisti online;
  • la crescita della presenza online.

Tali elementi possono essere certamente considerati come delle nuove condizioni di leva dell’economia italiana per produrre valore. Tuttavia, accanto a questi elementi, che in un certo senso possono essere considerati positivi, ve ne sono anche degli altri che potrebbero ridurre le prospettive di crescita economica ovvero:

  • aumento della diseguaglianza sociale;
  • aumento del numero di poveri;
  • aumento del divario tra nord e sud e centro;
  • aumento del risparmio che potrebbe comportare fenomeni di crescita del credito alla finanza da parte delle banche con rischio di aumento di volatilità ed incertezza nei mercati;
  • depauperamento del capitale della fiducia a seguito di fallimenti e chiusure di attività commerciali ed imprenditoriali.

Certo lo Stato ha investito nei piani di ripresa. Tuttavia, è probabile che quest’effetto della spesa pubblica nell’economia reale arrivi troppo tardi e che comunque non sia tale da comportare una effettiva ripresa finanziaria della popolazione. Anche perché il rischio che una parte significativa dei fondi del Recovery possa essere dispersa tra corruzione, concussione e cattiva amministrazione rischia di diventare una certezza in mancanza di apposite istituzioni e norme speciali dedicate.

 

I Lavoratori Dipendenti in Italia

Tra gennaio 2020 e marzo 2021 persi circa 334 mila posti di lavoro permanenti e circa 272 mila posti di lavoro a termine

 

I lavoratori dipendenti. Il numero dei lavoratori dipendenti è calcolato dall’Istat mensilmente. A partire dal gennaio 2020 il numero di lavoratori dipendenti è stato pari ad un ammontare di 17.958 mila unità. Nel passaggio tra il gennaio 2020 ed il febbraio 2020 il valore del numero dei dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.958 mila unità fino ad un valore pari a 17.903 mila unità ovvero pari ad una variazione di -55 mila unità pari ad un valore di -0,30%.- Nel passaggio tra il febbraio 2020 ed  il marzo 2020 il valore del numero dei dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.903 mila unità fino ad un valore pari a 17.706 mila unità ovvero pari ad un valore di -197 mila unità pari ad una variazione di -1,10%. Nel passaggio tra il marzo 2020 e l’aprile 2020 il valore del numero dei dipendenti è passato da un ammontare di 17.706 mila unità fino ad un valore pari a 17.493 mila unità ovvero pari ad una variazione di -197 mila unità pari ad un valore di -1,10%. Nel passaggio tra aprile 2020 ed il maggio 2020 il valore del numero di dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.493 mila unità fino ad un valore pari a 17.495 mila unità ovvero pari ad una variazione di 2 mila unità pari ad un ammontare di 0,01%. Nel passaggio tra maggio 2020 ed il giugno 2020 il valore del numero di dipendenti nell’economia italiana è passato da un ammontare pari a 17.945 mila unità fino ad un valore pari a 17.446 mila unità ovvero pari ad una variazione di -49 mila unità pari ad un ammontare di -0,28%. Nel passaggio tra il giugno 2020 ed il luglio 2020 il valore del numero dei dipendenti nell’economia  italiana è passato da un ammontare pari a 17.446 mila unità fino ad un valore pari a 17.546 mila unità ovvero una crescita pari ad un valore di 100 mila unità pari ad un valore del 0,58%. Nel passaggio tra luglio 2020 ed agosto 2020 il valore del numero dei dipendenti nell’economia italiana è passato da un ammontare pari a 17.546 mila unità fino ad un valore pari a 17.549 mila unità ovvero pari ad una variazione di 3 mila unità pari ad un valore di 0,02%. Nel passaggio tra agosto 2020 ed il settembre 2020 il valore del numero di dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.549 mila unità fino ad un valore pari a 17.521 mila unità ovvero un valore pari a -28 mila unità pari a una variazione di -0,16%. Nel passaggio tra settembre 2020 ed ottobre 2020 il valore del numero dei dipendenti nell’economia italiana è passato da un ammontare pari a 17.521 mila unità fino ad un valore pari a 17.519 mila unità ovvero pari ad una variazione di -2 mila unità pari ad un valore di -0,01%. Nel passaggio tra il dicembre 2020 ed il gennaio 2021 il numero dei lavoratori dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.445 mila unità fino ad un valore di 17.300 mila unità ovvero pari ad una variazione di -145 mila unità pari ad un variazione di -0,83%. Nel passaggio tra il gennaio 2021 ed il febbraio 2021 il valore del numero dei lavoratori dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.300 mila unità fino ad un valore di 17.328 mila unità ovvero pari ad una variazione di 28 mila unità pari ad un valore di 0,16%. Nel passaggio tra il febbraio 2021 ed il marzo 2021 il numero di dipendenti è passato da un ammontare pari a 17.328 mila unità fino ad un valore pari a 17.325 mila unità ovvero pari ad una variazione di 25 mila unità equivalente allo 0,14%. Complessivamente nel periodo considerato sono stati persi circa 605 mila posti di lavoro dipendenti nell’economia italiana.

Posti di lavoro dipendente permanenti e a termine. Il numero dei lavoratori dipendenti viene diviso dall’Istat in due categorie ovvero lavoratori permanenti e lavoratori a termine. A gennaio 2020 il fatto 100 il numero di lavoratori dipendenti l’83,8% erano lavoratori permanenti mentre il 16,2% erano lavoratori a termine. Nel marzo 2021 fatto 100 il numero dei lavoratori permanenti l’84,8% erano lavoratori dipendenti ed il 15,2% lavoratori a termine. Ne deriva ovviamente che il numero dei lavoratori dipendenti è diminuito di meno in valore percentuale rispetto al numero dei lavoratori a termine. Sotto il punto di vista della riduzione in valore assoluto il numero dei lavoratori permanenti è diminuito di circa 334 mila unità nel periodo gennaio 2020-marzo 2021, mentre il numero di lavoratori a termine è diminuito di 272 mila unità nello stesso periodo. Ne deriva ovviamente che sono i lavoratori a termine che hanno pagato di più la crisi nel periodo considerato. Ovvero, sono proprio i lavoratori con meno tutele che hanno visto ridurre le prospettive di reddito e contrattualizzazione. Un elemento che aggrava la dimensione di ineguaglianza della crisi economica. Nelle crisi infatti sono i più deboli che pagano economicamente. Laddove i lavoratori significativamente contrattualizzato hanno subito meno perdite in termini percentuali, i lavoratori invece a termine sono stati colpiti assai significativamente. Tale condizione induce alla necessità di rivedere lo schema contrattuale del lavoro flessibile, del lavoro a termine, del lavoro precario per fare in modo che tali lavoratori possano avere una qualche protezione in caso di crisi. Inoltre molto spesso i lavoratori a termine appartengono a categorie deboli che quindi vengono ulteriormente discriminate nell’accesso al lavoro ed al reddito. L’effetto dei lavoratori a termine è prociclico: aumenta significativamente nei periodi di boom economico e viene ridotto significativamente nelle crisi. Tuttavia la crisi non ha comunque risparmiato i lavoratori a termine dei quali circa 334 mila hanno perso il posto di lavoro.